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Mahoney, dalle Black Hills alle Mura

«È difficile stare lontano da casa e dalla famiglia, ma la domenica giocare e fare canestro mi ripaga dei sacrifici»

LUCCA. Nonna Elda l’aspetta per Natale. Le farà trovare l’albero, i regali, la tavola imbandita, tutta la famiglia riunita, come da tradizione. A 86 anni non si stanca di cucinare per tutti, figli e nipoti, perché – come le ha sempre detto – «nel momento in cui non riuscirò ad aiutare altre persone smetterò di vivere». E lei l’ascolterà – come faceva da bambina – raccontare di nonno Dick, che non ha mai conosciuto (è morto 8 anni prima della sua nascita), dei Marines e di Pearl Harbor. Ma anche di come si preoccupava perchè i “nemici” giapponesi ricevessero sepolture appropriate.

Poi potrà fare una corsa sulla neve, con lo slittino rimesso a nuovo da papà Pat, circondata da un ambiente naturale ricco di storia e di fascino: le Black Hills, il monte Rushmore, i volti di quattro grandi presidenti americani (Washington, Jefferson, Roosvelt, Lincoln) scolpiti nella roccia e il monumento di Crazy Horse, in memoria dei nativi d’America, in corso di realizzazione.

Una terra sconfinata. E’ qui che è nata e cresciuta Megan Mahoney, 30 anni compiuti lo scorso 13 febbraio, che dell’Italia ha fatto la sua seconda casa. E’ arrivata a Parma nella stagione 2006-2007 e dal Bel Paese non si più staccata. Due anni in Emilia, cinque a Taranto (dove ha vinto tre scudetti, una Coppa Italia e due Supercoppe) e ora la sua prima esperienza con Gesam Gas Le Mura, squadra di cui ha subito preso la leadership. Ma tutto è cominciato a Rapid City, nel Sud Dakota, in questa terra senza confini descritta nei film western e nei fumetti di Tex. E’ cominciato sfidando il fratello Ryan, di 4 anni più grande, e i suoi amici nel campetto che papà Pat aveva ricavato dietro casa con tanto di canestro e luci per giocare anche quando era buio. Aveva 8 anni Megan e già batteva nell’uno contro uno i ragazzi più grandi di lei. Li batteva a basket ma anche a calcio. E poi ha provato corsa, volley, softball, prima di puntare decisamente sullo sport del canestro, a Sturgis, nella Brown High School e poi al College, con le Kansas Wildcats.

Sturgis e le moto. A Sturgis tutti gli anni, nella prima settimana di agosto, si svolge il motoraduno più importante d’America. Megan ci ha lavorato, con le amiche, per guadagnare i primi soldi.

«Ma in estate – ricorda Mahoney – si giocavano anche tanti tornei e a vederci venivano allenatori delle università che volevano reclutare nuove giocatrici. Mi notarono e così andai a Kansas». Quattro anni e poi un grave infortunio al tendine d’Achille. Deve fermarsi, il recupero è lungo e faticoso. Quando è pronta per tornare sul parquet preferisce ripartire da un campionato dove c’è meno pressione. Il suo agente le trova un contratto in Islanda. «Non sapevo neppure che là si giocasse a basket», dice Mahoney che poi arriva nella Wnba con la maglia dei Connecticut Sun e quindi sbarca in Italia.

Cibo e vestiti. E scopre un’altra realtà, che la colpisce piacevolmente. Il cibo anzitutto, la possibilità di fare la spesa nella bottega sotto casa, di trovare la frutta e la verdura fresca di giornata. Megan, cresciuta a barbecue di bistecche e verdure, prova anche ad assaggiare il pesce, piatto di tutti i giorni a Taranto, dove è stata cinque anni: «Mi sforzo – dice – ma proprio non mi piace».

E la moda, i vestiti, le calzature. «A casa, negli Stati Uniti – racconta – tutti preferiscono abiti comodi, non fanno caso allo stile -. Così quando sono tornata ho visto come mi guardavano…».

Poi il basket. «Per la mia esperienza – sottolinea Mahoney – in Italia si gioca di più una pallacanestro di gruppo, conta molto la squadra, ci si aiuta l’un l’altra. Nella Wnba ci sono più individualità, non c’è lo spirito di gruppo che trovo qui«.

Lavoro e passione. Quel basket che è un lavoro ma anche e soprattutto una passione. «Conosco tante giocatrici – dice la numero 4 biancorossa – che praticano questo sport solo vivendolo come un lavoro. Se arriverò a questo punto sarà il momento di smettere. Perché è difficile stare lontano da casa, dal tuo Paese, dalla famiglia: poi però quando arriva il giorno della partita, quando gioco e faccio canestro, ecco tutto questo mi ripaga dei sacrifici».

Il presente è Lucca. Il presente di Megan Mahoney ora è Lucca, Gesam Gas Le Mura e la partita contro Schio, già rivale acerrima ai tempi in cui vestiva la maglia di Taranto. «Sono venuta a Lucca dietro consiglio del mio procuratore – rivela Megan – che voleva mandarmi in una società seria. Avevo offerte da altri Paesi, ma non so come mi sarei trovata. Qui si sta bene, è una città tranquilla, un bell’ambiente, i tifosi ci sono vicini. Ho solo un rimpianto, non giocare l’Eurolega, che è davvero un torneo affascinante. Schio? Loro sono il club più forte, lo sappiamo, ma negli sport di squadra c’è sempre la possibilità di vincere. Dobbiamo mettere in campo grinta e intensità, sarà una bella battaglia, ne sono certa».

I bambini dell’Africa. Se il presente è Lucca, il futuro quale sarà? Ci pensa Megan, che comunque a 30 anni ha ancora tante stagioni di basket davanti?

«Ho delle idee. C’è la laureapresa nel 2005 in studi della famiglia e servizi umani, la scorsa estate ho fatto un corso di massaggiatrice shiatsu, ma non ce l’ho fatta a completarlo, sarei dovuta restare tre mesi. Potrei provare a fare l’allenatrice di basket (già in estate a Sturgis ha fatto lezione ai bambini; ndr) o potrei vendere tutto, la mia casa a Minneapolis, l’auto e andare in Africa. Ci sono stata nel 2011 con l’associazione Athletes in Action, in Kenia e questa esperienza ha modificato il mio modo

di vedere la vita: ho incontrato bambini che non hanno niente, nemmeno le scarpe, ma il loro viso e i loro occhi si illuminavano quando hanno visto il pallone. Vorrei tornarci, chissà». Perché come dice nonna Elda «se smetto di aiutare gli altri, smetto di vivere».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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