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Papà Aliboni: «Ho insegnato io la zona a Orrico»

L’ex portiere (lavora con mister Baldini) è una miniera di ricordi: «A Maradona dissi che non era Pelè»

MASSA

Si muove come un pesce nello stagno tra i gradoni del vecchio stadio degli Oliveti. In testa il berretto di lana che nasconde i pochi capelli ormai imbiancati.

È Roberto Aliboni, 57 anni, il papà del centrocampista rossonero e il portiere che Corrado Orrico avrebbe voluto portare alla Lucchese nei meravigliosi anni Novanta: quelli dei trionfi e della serie B. Giocò sino a 40 anni e sino a ottobre è stato l’allenatore dei portieri del Vicenza nello staff di Silvio Baldini. Un simpatico «matto» con una forte personalità. Nicola Giannecchini, patron dell’Fc Lucca che si è avvicinato al calcio da meno di sei mesi, lo ascolta divertito. E con lui gli altri soci: da Nicola De Luca ad Andrea Gonzadi a Carmelo Sgrò. Il Cicerone degli Oliveti mentre offre a tutti un bel caffè corretto racconta le gesta dei tempi andati di un calcio che ormai non c’è più. A dargli il via è Michele Tambellini, suo allievo a metà degli anni Novanta nella stagione con la maglia della Carrarese. «Con lui mi facevo il mazzo in allenamento. - racconta il dirigente rossonero - Ma alla fine della stagione ho collezionato una sola presenza». «Per forza - replica Aliboni - dovevamo far giocare Ramon. Era una mezza schiappa, ma il Piacenza ci dava 60 milioni per schierarlo dall’inizio e non potevamo mica far giocare te che non ci davano una lira». Quando gli parli di Corrado Orrico, il tecnico che ha avuto per anni alla Carrarese e che lo portò a Brescia consentendogli poi di arrivare in A gli si illuminano gli occhi: «L’Omone? Sono io ad avergli insegnato la zona. A 20 anni uscivo già fuori dall’area con i piedi facendo il libero aggiunto. Parlate con Panizza (allora libero della Carrarese) se non ci credete. Studiando le mie caratteristiche ha creato un modulo vincente».

Un istrione in campo e negli spogliatoi. Irriverente persino con il più grande di quegli anni: Diego Armando Maradona. «San Paolo, Napoli-Brescia, stagione 1986-87. L’arbitro fa la chiama prima del match: io e il pibe de oro siamo i capitani. Lui non c’è ancora e io chiedo al direttore di gara cosa aspettiamo a fare l’ingresso in campo. La giacchetta nera si volta verso lo spogliatoio dove sta uscendo impettito l’asso argentino. “Deve arrivare il numero uno” mi dice l’arbitro. Mi volto e mostro il numero dietro la maglia. “Sono io il numero uno” dico. I compagni ridono di gusto e la tensione si scioglie». Ma il bello arriva quando Maradona mi affianca per salire le scale che portano al campo. «Lo guardo in faccia e facendogli pesare il ritardo l’apostrofo così “Guarda che non sei mica Pelè”: ridevano tutti come dei matti».

Un guascone che non aveva paura di nessuno. «A Spezia i tifosi liguri si ricordano ancora di quella volta che dalla porta lanciai una manciata di bustine di zucchero verso la curva degli ultras che

mi gridavano “Aliboni, portaci la coca”. Una provocazione che i supporters non gradirono. Si lanciarono verso la rete cercando di invadere il campo. Io? Ero tranquillo, mi divertivo come un pezzo». (l.t.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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