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Come in Thailandia, 32 anni fa l'incubo di 11 studenti in una grotta della Garfagnana - Video

La vicenda dei ragazzi thailandesi ci riporta alla storia di undici liceali lucchesi, che nel gennaio del 1986 rimasero bloccati nella "Tana che urla", a Fornovolasco. Il racconto degli studenti, dell'ex preside e la leggenda di quella grotta

Martedì 10 luglio i 12 ragazzi thailandesi e il loro allenatore sono stati liberati, dopo che per 17 giorni sono rimasti intrappolati nella grotta Tham Luang . La squadra di calcio era entrata a visitare la grotta, in una sorta di gita, quando è stata sorpresa dalla pioggia che ha bloccato ogni uscita. Un dramma a lieto fine, che ha fatto riaffiorare il ricordo di una vicenda tutta toscana, risalente a 32 anni fa. Ecco nei racconti dei testimoni diretti quell'incubo lungo 32 ore.

 

Come in Thailandia, 32 anni fa l'incubo in una grotta della Garfagnana Gennaio 1986: undici liceali di Lucca restano intrappolati in una grotta sulle Apuane, in Garfagnana. Per 32 ore sono prigionieri nella "Tana che urla": ecco il racconto di quel dramma a lieto fine, tornato d'attualità dopo i ragazzini rimasti bloccati in una grotta della Thailandia (video a cura di Camilla De Fazio)

 

 

Una scolaresca prigioniera per 32 ore

 

La “Tana che urla”, grotta incastonata nel parco delle Apuane, a Fornovolasco, nel comune di Fabbriche di Vergemoli, in Garfagnana, attende gli studenti lucchesi in gita. Sono da poco passate le 12 e inizia la visita geologica insieme ad alcuni speleologi e il professore di scienze, Franco Landini. Nessuno sa che da quella grotta usciranno tutti, soltanto quasi un giorno e mezzo più tardi. Nel bel mezzo della visita la pioggia sorprende il gruppo facendo ingrossare il torrente sotterraneo della grotta e bloccando ogni uscita. «Il rumore dell’acqua che cadeva nel sifone era assordante. So cosa stanno provando quei bimbi in Thailandia. Noi eravamo in una situazione meno drammatica, ma sono sicuro che sono attraversati dagli stessi nostri pensieri dell’epoca», ricorda Stefano Landi, oggi docente di genetica all’università di Pisa. Si fa pomeriggio in Garfagnana. Sono le 16 e gli speleologi decidono che non è il caso di uscire.

 

«C’era un’atmosfera surreale, stavamo l’uno accanto all’altro, vicinissimi, per non disperdere calore, cantavamo canzoni. Provare a dormire era impensabile – spiega Maurizio Nardi, medico, ex alunno – eravamo seduti sulle rocce». Nel frattempo fuori dalla “Tana” si radunano sommozzatori, vigili del fuoco, forze dell’ordine e giornalisti e il caso di Fornovolasco ha già fatto il giro d’Italia. Tutti pregano per quei ragazzi. Come è accaduto con i giovanissimi thailandesi. Quando smette di piovere inizia l’operazione di soccorso. Le idrovore (pompe che aspirano l’acqua) sono messe in azione e viene identificata una via di fuga per i 21 prigionieri. Un sifone (una cavità naturale che comunica con l’esterno), della lunghezza di 30 metri. A causa della pioggia, però, quest’unica via di salvezza, è invasa da quattro metri d’acqua. I ragazzi si trovavano nella “Sala del silenzio”, un piccolo spazio a sette metri di altezza, sopra la gola allagata. E aspettano che qualcuno vada a prenderli.

 

«Di quei momenti non mi scorderò mai la fame. Avrei mangiato qualsiasi cosa mi fosse capitata tra le mani. Eravamo entrati convinti di fare una visita veloce e avevamo lasciato le nostre cose all’ingresso, cibo compreso», racconta Barbara Raffaelli, allora alunna, oggi speleologa che, anni dopo la vicenda, ha fatto da guida in quella stessa grotta. La notte si infittisce e il lavoro di sommozzatori e soccorritori prosegue senza sosta. All’alba di venerdì 24 gennaio viene individuato un percorso per salvare i ragazzi. Qualche ora più tardi prende il via il recupero. «Dovevamo compiere un tratto con l’acqua gelida fino alla gola e la testa che sfiorava le rocce, poi ci dovevamo immergere per alcuni metri – ricorda Stefano Landi – e i sub, da sotto l’acqua, ci spingevano verso l’uscita». Uno dopo l’altro i ragazzi escono dalla trappola. Ad attenderli, oltre a un esercito di persone, c’è un rifugio riscaldato dove possono mangiare qualcosa e soprattutto indossare abiti asciutti». Dal primo pomeriggio di giovedì alla serata di venerdì, i genitori hanno atteso notizie in una locanda poco distante dalla grotta, aggiornati dai soccorritori.

 

Si conclude con un lieto fine la storia dei ragazzi della 5D del liceo scientifico Vallisneri di Lucca. Ironia della sorte, fu proprio grazie agli studi condotti in quella stessa grotta che all’inizio del XVIII secolo lo scienziato Antonio Vallisneri (1661-1730), da cui il liceo prende nome, formulò l'importante teoria del ciclo perenne delle acque.

 

Così sul Tirreno del 25 gennaio 1986
Così sul Tirreno del 25 gennaio 1986

 

 

La storia raccontata dall’ex-preside della scuola

 

Giuseppe Ciri era il preside del liceo Vallisneri. E quindi anche dei ragazzi della 5D, che nel gennaio 1986 per trentadue ore rimasero intrappolati nella “Tana che urla”. «La situazione in Thailandia era ben più grave di ciò che accadde 32 anni fa, anche se lo spavento fu notevole», racconta ancora Ciri. Che quei 12 studenti se li sentiva tutti sulle spalle. Era stato lui a dare il via libera alla gita. «Autorizzai l’uscita dopo essermi confrontato con gli organi collegiali. D’altronde – continua il preside di allora – era un’escursione che veniva organizzata regolarmente tutti gli anni». Ma nel tardo pomeriggio di quel giovedì cambia tutto. Il preside viene contattato dai genitori, poi dalle forze dell’ordine: «I ragazzi sono rimasti intrappolati». Giuseppe Ciri è annebbiato, incredulo, frastornato. «Non conoscevo il posto, non avevo idea di dove fosse», prosegue l’ex dirigente scolastico. Il viaggio in macchina, l’ansia, mille pensieri. E poi l’arrivo a Fornovolasco.

 

«Mi resi subito conto che si trattava di qualcosa di grave. C’erano molti giornalisti, le tv, un mare di forze dell’ordine». Ciri prova a mantenere la calma, viene rassicurato dagli esperti presenti sul luogo. I ragazzi sono stati fatti posizionare in un angolo sicuro della grotta. Lì l’acqua non può arrivare. Nel tardo pomeriggio di venerdì 24 gennaio la tensione si scioglie. «Ricordo ancora i ragazzi che venivano fatti sistemare in una tenda riscaldata, fuori dalla grotta. A loro erano stati portati panni asciutti. Una studentessa si tolse gli abiti fradici e un compagno, sbalordito, le fece i complimenti per il suo fisico. Scoppiammo tutti in una grande risata liberatoria». Giuseppe Ciri oggi racconta di quelle terribili 32 ore col sorriso, anche se hanno rischiato di compromettere la sua carriera. «Poco dopo il fatto, durante una riunione tra presidi, un ispettore di fronte a tutti mi presentò come colui che aveva permesso ai ragazzi di entrare nella grotta. Mi alzai in piedi – conclude Ciri – e gli risposi che però ero anche riuscito a riportarli a casa. I colleghi mi dedicarono un lungo applauso».

 

La leggenda del minatore innamorato

 

La tana che urla comunque non deve il suo nome sinistro alla storia dei liceali. Come ha spiegato Vallisneri, deriva dal fatto che “accostando l’orecchio alla bocca della medesima, s’ode sempre un certo oscuro strepito, o lontano rimbombo, a guisa d’uomo, che colà gridi, ed urli”. La spiegazione a questo fenomeno è semplice, si tratta dell’eco del corso d’acqua sotterraneo che scorre nella grotta.

 

Prima dell’analisi scientifica degli speleologi però viene la leggenda, frutto dell’immaginazione popolare. Naturalmente si tratta di una storia d’amore. E racconta di un giovane minatore di Fornovolasco che, passando di fronte alla grotta, udì il canto melodioso di una voce di donna. Nei giorni seguenti si recò più volte alla grotta per poterla riascoltare finché, una mattina d’estate, egli vide la ragazza meravigliosa, una fata avvolta in un vestito leggero come le nuvole. L’uomo cercò di parlarle, ma ella sparì non appena si avvicinò. Passarono i giorni i mesi, e arrivò l’inverno. Senza la sua fata il giovane si ammalò, per la tristezza di averla persa. La fata si manifestò a lui, e gli offrì dei fiori per dimenticarla per sempre, ma piuttosto che perderla il giovane innamorato la seguì in fondo alla grotta, pur sapendo che non sarebbe più tornato indietro. Le urla non sarebbero altro, quindi, che le voci delle fate, intervallate di tanto in tanto, da un colpo di piccone.

 

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