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«Torna al tuo paese, scimmia»: ragazza offesa mentre è in bici

La giovane, 33 anni, originaria del Brasile, stava rientrando dal lavoro. Una signora l’ha aggredita verbalmente: il marito ha cercato di farla smettere

LUCCA. Sono le 14,40 di domenica 8 luglio. Sheila Cardoso percorre in bicicletta la pista ciclabile lungo a piazzale Ricasoli, davanti la stazione ferroviaria. È appena uscita dal lavoro e sta andando a casa, a San Vito. Fa caldo, il sole è a picco, ma passanti e turisti in quel punto della città ce ne sono sempre. Davanti a lei, sulla ciclabile, in corrispondenza delle strisce pedonali, ci sono una signora e il marito, su due bici. Indugiano nel passo e così Sheila suona il campanello, come per dire «per favore, vorrei passare». L’elegante signora, per tutta risposta, la apostrofa inaspettatamente con parole ingiuriose, razziste, cattive.

«Mi ha chiamato “scimmia”, mi hai detto che dovevo tornare a casa mia e che il colore della mia pelle le faceva schifo, che qui era casa sua e non mia, che mi dovevo vergognare di camminare con i capelli così», racconta Sheila, origini brasiliane, una ragazza solare di 33 anni, di cui gli ultimi tredici passati in Italia. Da un anno vive a Lucca: in città lavora come cameriera ai piani in un hotel, nonostante una laurea in relazioni internazionali nel suo paese che però non ha convalidato in Italia.

Sheila rimane di ghiaccio davanti a quelle parole, che feriscono di più di una lama. «Sono rimasta muta davanti a tanta violenza - continua -, non capivo il perché di quelle parole: non le ero andata addosso con la bici, non l’avevo investita, non le avevo detto niente. Comunque, non sono scesa al suo livello, non l’ho offesa. Suo marito cercava di farla smettere, di riportarla alla ragione, ma lei continuava a offendermi e chi passava di lì si era fermato a guardare e ascoltare. Ma nessuno è intervenuto, come se approvassero quelle parole».

Sheila riprende la sua bici, sconvolta, e torna a casa. «Ho subito chiamato gli amici, il mio fidanzato, ero sotto choc, tremavo, piangevo a dirotto. Vivo in Italia da tredici anni, sono quasi cittadina italiana. Ho abitato a Genova, a Verona; a Recco avevo un negozio di abbigliamento mio. Nessuno, fuori da Lucca, mi ha mai rivolto parole del genere, nessuno ha mai fatto commenti sul colore della mia pelle. Il fidanzato con cui vivo da cinque anni è italiano. Nemmeno a Lucca, finora, nessuno mi aveva mai offesa. I lucchesi ti danno la loro amicizia, capisco che hanno una città bellissima, da tutelare, ma quelle offese no. Quell’elegante signora con la maglia bianca e i pantaloni a fiori è davvero fuori dagli schemi. e io sono fiera della mia pelle».

No, Sheila non denuncerà chi l’ha insultata. Non vuole rivincite, non ha sete di vendetta. «Anche se un’esperienza così non si cancella,

purtroppo. Mi basterebbe - dice - che quella signora mi che mi chiedesse scusa per quelle parole, che mi dicesse “mi dispiace, ho sbagliato”. A me personalmente dispiace molto per i suoi figli: non deve essere bello per loro avere una mamma così». 


 

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