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San Concordio dice addio ad Attila

Toccante cerimonia per il clochard morto nella sua baracca, il parroco: «Chiediamo perdono per noi che non vediamo»

LUCCA. Non c’era la folla, la navata centrale era in gran parte vuota, ma non è certo questo il metro per misurare la forza di un sentimento. Anzi, forse proprio quella partecipazione che si misurava in decine di persone piuttosto che in centinaia, ha dato più valore alla cerimonia celebrata ieri (giovedì 12 aprile) alla chiesa di San Concordio. Una cerimonia priva di ipocrisie, di partecipazione fatta solo per far vedere agli altri che c’eravamo. No, chi ieri pomeriggio ha voluto dare il suo ultimo saluto ad Attila era stato veramente portato lì dal cuore.

Per un giorno, per un’ora, “l’invisibile” è stato presente, con forza. Ha, in un certo senso, parlato, lanciato un messaggio. Lo ha fatto pur non essendoci più, e anche se nemmeno i resti mortali, bloccati all’obitorio dell’ospedale di Lucca, hanno potuto prendere parte alla cerimonia.

Sandor Attila Szabo
Sandor Attila Szabo


Davanti all’altare una foto di Sandor Szabo, anche se praticamente nessuno lo conosceva con quel nome. «Chiamami Attila»: così rispondeva a chi, vedendolo girare per il quartiere di San Concordio, eletto a sua casa, gli chiedeva il nome. E così lo chiamavano tutti nel quartiere. Ma quelo sorriso, quello che Attila mostrava in quella stessa foto, quello sì che lo conoscevano tutti.

Un sorriso che si è spento in una fredda sera primaverile , probabilmente proprio nel giorno di Pasqua, quando Attila ha perso la vita nell’incendio che ha distrutto la baracca che usava come rifugio. Sì, perché Attila era un clochard, francesismo usato quasi a voler nascondere ulteriormente il cinismo che ci accompagna, a rendere ancor più invisibile l’esistenza accanto a noi di persone che rifiutano, o che più spesso vengono rifiutate, dalla nostra società. Difficile dire se Attila avesse scelto, o fosse stato scelto da quella vita. Ma su una cosa concordano tutti, l’aveva accettata, e non ne faceva un peso da scaricare sugli altri.

Di lui pochi o nessuno conoscevano  il passato, o sapevano  delle sue origini ungheresi (per molti era romeno, perché lì    si era trasferito prima di arrivare in Italia), nessuno sapeva cosa lo avesse portato a Lucca e a una vita sulla strada, nessuno sapeva nulla della sua famiglia o che avesse 47 anni. Tanti hanno scoperto solo ieri, al funerale, l’esistenza di una sorella, in prima fila con uno scialle nero in testa. Sorella che attualmente vive a Civitavecchia, e il cui esame del Dna potrà  sciogliere gli ultimi dubbi, solo formali a questo punto, sull’identità del corpo trovato bruciato nella baracca.

In chiesa, davanti alla foto, c’era chi davvero aveva voluto bene ad Attila. C’era chi sta attraversando la stessa esperienza di vita di strada, c’erano i volontari delle associazioni che si sono prese cura di Attila e di quelli che, con tanta superficialità, spesso definiamo come gli “ultimi” (dai rappresentanti della Caritas a quelli della Croce Rossa, dai Centri di ascolto alla Comunità di Sant’Egidio). Ma c’erano anche diversi residenti del quartiere, che Attila lo avevano conosciuto e che non potevano accettare di vederlo andare via così, senza nemmeno un saluto. Presente anche il maresciallo Vincenzo Finocchi, che guida la stazione dei carabinieri di San Concordio, cui è toccato il triste compito di occuparsi del caso, di dare a quei poveri resti un nome e un volto che aveva conosciuto.

«È stato schivo fino in fondo», ha esordito il parroco Don Luca, riferendosi all’assenza della salma. Un’omelia toccante quella del religioso, che ha dato voce a chi, di solito, voce non ne ha.

«Chiediamo perdono – ha detto il parroco – innanzitutto per noi, che non abbiamo occhi per vedere e cuore per sentire». La vita è un dono di Dio, ma a quanti questo non appare un dono? Eppure Attila, ha ricordato Don Luca, non solo aveva accettato quanto il destino gli avesse riservato, ma lo aveva fatto vivendolo come una condizione di grande libertà interiore. Riuscendo lui, che non aveva nulla, a essere generoso con chi aveva meno. Sì, forse Attila, nel rispondere «io ho tutto» a chi gli chiedeva se avesse bisogno di qualcosa, diceva la verità.

La cerimonia si è chiusa con il ricordo dei volontari che avevano conosciuto Attila e con l’invito di Don Luca a ritrovarsi ancora accanto a questo nostro fratello nel giorno della sua sepoltura.
 

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