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Andrea Giannasi, il vizio della storia e della letteratura

Ha fondato la casa editrice “Tralerighe” e segue il Museo della Liberazione

Da quattordici anni Andrea Giannasi vive a Lucca, “la città delle radici”. Ma nella sua vita ha peregrinato non poco, seguendo la passione per i libri e, più in generale, per le parole.

«Sono nato – mi racconta - a Castelnuovo di Garfagnana, ma le scuole dove mi sono formato le ho fatte a Barga. Poi a 20 anni sono andato Pisa, dove mi sono laureato in Storia contemporanea mentre lavoravo come bibliotecario. Ho vissuto poi per cinque anni a Siena: lavoravo come giornalista nel quotidiano della città e contemporaneamente gestivo un’osteria nella contrada della Lupa. Quando il giornale entrò in crisi per via della pubblicazione degli elenchi dei massoni senesi, contestati a suon di querele, fondammo con degli amici prima una rivista letteraria, poi una casa editrice semiclandestina dal nome Il sestante. Alla fine mi trasferii prima a Roma, dunque a Napoli, Milano e Torino».

Un peregrinare che affonda le sue radici in una passione toscana, toscanissima: «Ero in quarta elementare – continua - e la maestra distribuì i libri da leggere. A me spettò La tenda rossa di Umberto Nobile, che narra la vicenda della tragedia del dirigibile Italia in missione al Polo Nord. Da li le cose cambiarono». Ma l’innamoramento vero, quello che ti strugge il cuore e che ti annebbia la vista, arriva con l’Università. O, meglio, con un torrido luglio che porta con sé letture che stravolgono la vita: contemporanei americani del calibro di Kerouac, Ginsberg, Burroughs.

«Transitando in mezzo alla Lost generation di Steinbeck, Dos Passos, Hemingway, arrivai alla nostra letteratura appassionandomi a quella definita resistenziale. Da Fenoglio a Calvino, da Meneghello a Pavese, da Vittorini a Cassola. Poi è venuto tutto il resto». Tutto il resto è la casa editrice Tralerighe libri, ma anche festival letterari e un’attenzione costante verso la letteratura, declinata anche con il portale Prospektiva.

«Tralerighe – aggiunge Giannasi - è nata a Lucca nel novembre del 2013. È nata intorno ad un diario inedito di un signore che, durante la seconda guerra mondiale, era stato prigioniero in Germania. Mi colpì nella lettura il fatto che in realtà quel giovane fante era impiegato non come combattente, bensì come musicista aggregato alla banda del reggimento. Lo pensavo a scrivere il suo diario tra le righe di uno spartito musicale. Così è nata la casa editrice che intende raccontare il Novecento».

Ad oggi l’editore ha pubblicato 140 titoli che spaziano dai temi più diversi («si va dai conflitti ai diari di guerra, dalla saggistica intorno a grandi figure alla narrativa contemporanea»), e diventa naturale domandarsi che cosa Giannasi cerchi in un libro.

«Voglio – rivela lui, sornione - una storia che sappia abbracciarmi. Un libro deve saper creare sentimenti contrastanti, tanto che una lettura la si deve amare, ma anche odiare visceralmente. I sensi a nostra disposizione ci permettono di udire le storie, ma anche di toccarle, annusarle, assaggiarle, vederle. Basta poco, sensibilizzando le nostre corde, per tornare all’infanzia e ritrovare qualcosa di apparentemente dimenticato. Un odore o il suono di una canzone che riporta al passato, ad una storia vissuta. Le storie narrate dai libri si ascoltano facendosi quasi abbindolare da autori e autrici per i quali nutriamo una sconfinata passione».

Ma anche i luoghi a volte abbindolano, come la nostra città che per Giannasi è insegnamento di vita («Mi ha spiegato a saper fare il passo senza affrettarlo troppo»), e di lavoro: «Passeggiando per Lucca – ricorda - è nato il sottotitolo di Tralerighe: Libri come pietre d’angolo. Vi siete mai fermati a osservare una pietra alla base di un palazzo chiedendovi da quanti secoli è lì? E la storia di quell’uomo che l’ha murata: quale sarà stata? Lucca è piena di preziose pietre d’angolo che raccontano centinaia di storie e chi, come me, vive in centro storico scopre un tempo che è scandito dai rintocchi, in cui la velocità è misurata in pedalate alla lucchese. Ovvero non nello scatto o nella velocità tra i vicoli, ma nel rispetto della sacralità».

Vivere alla lucchese diventa dunque l’eredità di un’arte antica, com’era la tessitura della seta: un’arte fatta di attese, più che di slanci. Di osservazione, più che di azione. Vivere alla lucchese è anche insegnare la storia.

«Insegnare a un ragazzo che in un piccolo pezzo di ferro arrugginito ci sono milioni di storie di ragazzi che sono morti per la stupidità di un odio» prosegue Giannasi, che è anche direttore scientifico del Museo della Liberazione di Lucca, nato nel 1989 per omaggiare i cittadini lucchesi che hanno contribuito alla liberazione del nostro territorio, ed è ospitato in alcune sale di Palazzo Guinigi. «La prima volta che misi piede dentro il museo, fra documenti e fotografie, mi parve di comprendere la natura umana. Nessuno si salva dagli egoismi e dalle insensibilità. E soprattutto molti sono pronti, nonostante

tutto, a commettere nuovamente lo stesso errore, e a ripeterlo all’infinito. Ma il museo racconta la bestialità dell’uomo in guerra. E lo fa attraverso tanti piccoli oggetti personali, che spesso hanno fatto la differenza tra la vita e la morte».

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