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Barsi andrà in tribunale per il processo d’appello

Il prossimo 3 aprile guarderà in faccia l’uomo che gli ha sparato nell’oliveto. Si tratta di Marco Zappelli, cacciatore di Borgo a Mozzano condannato a 12 anni

LUCCA. Il prossimo 3 aprile Gianfranco Barsi, 50 anni, porterà la sua rabbia e il suo dolore nell’aula della corte d’appello del tribunale di Firenze. Dalla sedia a rotelle su cui è costretto dal 7 novembre 2015 guarderà in faccia l’uomo che con un colpo di fucile sparato da un metro di distanza lo ha reso paraplegico e ha cambiato il corso della vita di tutta la sua famiglia. Un gesto assurdo quello di Marco Zappelli, 59enne cacciatore di Borgo a Mozzano che quel giorno, a seguito di una banale discussione per il passaggio in un oliveto di proprietà dei Barsi, sparò prima contro babbo Gianfranco e poi esplose altri due colpi in presenza del figlio Riccardo, per fortuna incolume. Per questi fatti, a fine 2016 il tribunale di Lucca ha condannato in primo grado Zappelli a 12 anni e due mesi di reclusione per il tentato omicidio di Gianfranco e per minaccia aggravata nei confronti del figlio Riccardo.

Dopo appena 43 giorni di carcere, però, il cacciatore è tornato nella sua abitazione perché il giudice gli ha concesso i domiciliari. Gianfranco, invece, dopo 15 mesi trascorsi tra ospedali e cliniche specializzate, è rientrato nella sua casa di Vitiana, nel Comune di Coreglia Antelminelli. Ma non c’è tornato sulle sue gambe, bensì sulla sedia a rotelle ormia divenuta sua compagna inseparabile. È quasi completamente paralizzato, riesce a muovere solo un avambraccio. Colpa dei pallini della fucilata: gli si sono infilati nella colonna vertebrale causando danni irreparabili. «Le sue condizioni sono queste, non sono attesi miglioramenti – racconta la moglie Nadia, che in questi anni gli è stata accanto giorno e notte – Ha i polmoni compromessi e non riesce neppure a tossire bene: quando ha dei catarri dobbiamo aspirarli. È dura, ma tiriamo avanti. Per fortuna riesca ancora a parlare, ma su quell’episodio finora preferiva non tornare. Qualche giorno fa invece mi ha fissato e mi ha detto: “Guarda come mi ha ridotto”. In quel momento ha deciso di venire al processo d’appello: vuole vedere in faccia Zappelli».

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Gianfranco sarà in aula con la speranza che la giustizia faccia il suo corso. Cosa che fino a questo momento è accaduta solo in parte: «Il giudice aveva disposto una provvisionale di 500mila euro per mio marito ma il cacciatore risulta nulla tenente e quindi non abbiamo avuto un centesimo». Quella economica non è una faccenda di secondo piano anche se i Barsi non amano parlarne. Per occuparsi del marito Nadia ha dovuto abbandonare il lavoro nello studio di un geometra. Tirano avanti con l’accompagnamento e la pensione di inabilità al lavoro di Gianfranco. Non molto per mantenere una famiglia di quattro persone (ci sono anche il figlio Riccardo di 21 anni e la figlia di 13 anni). «I titolari della cartiera Tronchetti, dove Gianfranco lavorava, ci sono stati molto vicina in questi anni – dice Nadia – Mio marito è sempre assunto come dipendente tant’è che continuano a versargli un terzo dello stipendio. E appena ha finito di studiare hanno preso anche nostro figlio Riccardo».

Nella sua drammaticità la vicenda dei Barsi ha attirato le attenzioni dei media: «Striscia la notizia – racconta Nadia – ha provato a intervistare Zappelli ma non ha ricevuto risposta. Anzi: una persona che non si è identificata si è avvicinata al giornalista e ha detto che se mio marito fosse rimasto al suo posto “oggi camminerebbe ancora sulle sue zampine”. L’avrei querelato ma i tribunali sono fatti per chi ha soldi da spendere e noi non siamo nella categoria».
 

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