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San Pellegrino, la caldaia non era stata collaudata

Accertate criticità dal consulente del pm nell’impianto che provocò la morte di Marco Alderighi

SAN PELLEGRINO IN ALPE. Una caldaia non collaudata, installata in uno spazio ristrettissimo e senza aerazione. Un serbatoio di vecchia generazione, comprato d’occasione e installato dallo stesso titolare dell’immobile. Un impianto quindi difettoso e montato sullo stile del fai da te con una serie di criticità che il consulente della procura della Repubblica, l’ingegner Fabrizio D’Arrigo, avrebbe già individuato. Prosegue per accertare la verità l’indagine della magistratura lucchese sul decesso di Marco Alderighi, 40 anni, il ristoratore empolese, calciatore dilettante e padre di una bimba di 4 anni, morto per le esalazioni del monossido di carbonio sprigionatosi a metà gennaio nella casa di montagna in località Cà della Palma a San Pellegrino in Alpe. Sarà importante adesso la consulenza di un collaudatore della società produttrice della caldaia per avere un quadro più esaustivo della situazione. Non ci sono indagati e non ci saranno neanche in futuro.

Di Giovanni sta meglio. La voce è quella di sempre, vivace e un po’ roca. Dopo quasi un mese di battaglia per Michele Di Giovanni è iniziata una nuova vita. Sono passati più di 20 giorni dal quel terribile 15 gennaio, quando i fumi di una caldaia si sono portata via l’amico e collega Marco Alderighi e il suo cane Bruno in una casa in montagna, in Garfagnana. La corsa in ospedale poi, la lotta per la vita. Una battaglia che non ha vinto da solo. Insieme a lui c’erano, a sostenerlo, tutti gli empolesi che gli vogliono bene. Michele sta meglio, ha lasciato la terapia intensiva e piano piano sta tornando quello di sempre. «Se oggi sono qui, se mi sto risollevando è anche grazie a tutti quelli che in questo periodo mi hanno sostenuto e mi hanno aiutato a non mollare – racconta con un filo di emozione -. Che mi hanno dato la forza di combattere ed andare avanti. Un po’ del suo ce lo ha messo anche la fortuna, ma c’è una città intera, Empoli, che si è stretta intorno a me e a cui posso solo dire grazie. Non è stato un periodo semplice, ma adesso ricomincio a vedere la luce in fondo al tunnel. Sono stato per dieci giorni in coma indotto e in più ho avuto diverse complicazioni. Ma la bravura del reparto di rianimazione guidato dal dottor Malacarne all’ospedale Cisanello mi ha permesso di superare i momenti più difficili. Adesso ho iniziato un periodo di riabilitazione. Dopo tanto tempo fermo a letto devo recuperare la mobilità. Ho perso 11 chili. Adesso sto ricominciando a camminare come fossi un bambino, credo che però essere sempre stato un grande camminatore mi abbia

aiutato molto. Ogni giorno le cose vanno sempre meglio, serve solo un altro piccolo passo in avanti». La spinta arriva ancora da chi lo ha sostenuto e continua a sostenerlo, anche dai tifosi dell’Empoli che lo hanno incoraggiato anche dalla maratona del Castellani con gli striscioni.

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