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Lucca porta il lavoro ai popoli dell’Africa

Un team di esperti nostrani andrà in Mali e in Burkina Faso per insegnare alle donne del luogo l'antica arte del tessile

LUCCA. Ethical Fashion Initiative: un progetto a sostegno dell'Africa subsahariana. Anche Lucca fa la sua parte, e lo fa dando una mano a una porzione di mondo che, mai come nell'ultimo periodo, paga la mancanza del lavoro. Sotto la guida di Simone Cipriani, ex direttore centro servizi calzaturiero a Segromigno, un team di esperti nel comparto moda andrà a insegnare alle donne del Burkina Faso e del Mali, l'antica arte del tessile, con l'obiettivo di mantenere locale il percorso produttivo; mentre il prodotto, finito, giungerà nelle vetrine delle grandi boutique di tutta Europa. Una congiuntura internazionale, rilanciata dall'agenda delle Nazioni Unite, che lungo la via che porta all'Africa fa tappa in città, grazie a Sinistra con Tambellini col presidente Enrico Cecchetti e Lucia Del Chiaro, assessora alla cooperazione internazionale, sostenuti dalle voci qualificate di Haram Sidibè, capo del progetto, e Raffaele Masto, giornalista di Radio Popolare ma africanista soprattutto, che ha messo a disposizione, giovedì 11 novembre, nell'auditorium, gremito, della biblioteca civica Agorà, la sua esperienza più che ventennale nella terra africana.

C'è spazio per tornare a ribadire che la cintura che corre sotto la Libia e che arriva fino alla Repubblica democratica del Congo è tutt'altro che al sicuro, schermata (male) da cripto democrazie. È questo il pensiero di Masto, che definisce l'Africa subsahariana «un territorio ricchissimo, pieno di coltan (minerale che serve per la costruzione degli smartphone, ndr) oro e metalli preziosi, sfruttati massivamente dalle multinazionali che hanno accordi con i governanti appoggiati dall'Europa, in cambio di concessioni a prezzi vantaggiosi».

Secondo la sua esperienza «i migranti sono un business, che genera Pil: un processo che parte a casa loro, dove vengono convinti a lasciare l'Africa da militari senza scrupoli, e che durante la traversata che porta in Libia vengono dissanguati economicamente, arruolati in guerre per pagarsi continui e nuovi biglietti».

Arrivati in Italia poi, precisa il giornalista, il modello d'accoglienza non funziona: «Spesso sono di passaggio, ma restano troppo, senza riuscire ad integrarsi – dice Masto – Servirebbe aiutarli a casa loro: metterli in condizione di generare e sfruttare la loro ricchezza».

Complice, in questo mercimonio di corpi che genera denaro, è l'Europa, ma anche un modello economico globale non più sostenibile: «L'Africa deve sapersi ritagliare un ruolo nel mondo: la globalizzazione ci ha penalizzato e ci ha reso ancora più poveri: il divario in termini di ricchezza è aumentato – lamenta Sibidè – e i nostri governanti si sono piegati a biechi interessi che hanno messo in ginocchio la nostra qualificata società civile».

A Lucca, come in tutta Europa, è necessario però sfatare i cliché sui migranti che arrivano da noi: «Sono stata una migrante pure io, anche se di lusso – precisa l'assessora Del Chiaro –: ho lavorato all'estero, e in parte so cosa si prova quando si arriva in un paese straniero: il bisogno di non perdere i propri cari, potersi connettere con il mondo
che si è lasciato. Non servono le polemiche inutili: bisogna capire che questi ragazzi intraprendono un viaggio che sono obbligati a fare, tra mille difficoltà. È necessario guardare oltre, e cercare di capire cosa succede dall'altra parte del mare».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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