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Dopo 55 anni risarcisce la madre di suo figlio

Lucca: la donna avrà 88mila euro per le spese di mantenimento sostenute

LUCCA. Quarantasette anni dopo la nascita del bambino, che il padre naturale aveva sempre rifiutato di riconoscere, la madre si rivolge al tribunale di Lucca ottenendo, al termine di un procedimento di natura civile durato anni, il risarcimento di tutti i danni subiti in conseguenza della violazione degli obblighi familiari per un importo stimato in 88mila 200 euro come mancato rimborso, pro quota, dei costi sostenuti per il mantenimento, l’educazione e l’istruzione del figlio sino al compimento del ventunesimo anno di età. Una somma di denaro che non la ripaga dei sacrifici e delle umiliazioni subite nel corso del tempo, ma che almeno aiuterà la donna, oggi ottuagenaria e residente in Lucchesia, a vivere con un pizzico di serenità in più gli ultimi anni della sua esistenza. Anche il figlio, oggi cinquantacinquenne e affetto da problemi di salute che gli impediscono di lavorare con assiduità, si era rivolto al giudice civile per ottenere il risarcimento del danno, calcolato in 60mila euro, derivante dalla privazione della figura paterna. Ma lui si è visto respingere la domanda per mancanza di prova del fatto che l’assenza della figura paterna abbia provocato riflessi negativi di qualunque tipo. In buona sostanza, secondo il giudice del tribunale civile di Lucca, non è certo che chi cresce senza un genitore, da qualunque causa dipenda, abbia problemi di carattere psicologico-esistenziale.

I fatti. Anni Sessanta, Piana di Lucca. Lui, 22 anni, è figlio del titolare di una macelleria ben avviata; lei, 24 anni, lavora saltuariamente. La storia d’amore inizia nel 1958 e dura sino al 1960. Poi, dopo una breve interruzione, riprende nel 1961. E diversi mesi dopo lei informa il fidanzato che è in attesa di un figlio. Ma di fronte a quella gravidanza il giovane - anziché fare fronte ai propri obblighi di padre, contribuendo alla crescita, umana e materiale della creatura – decide di interrompere ogni rapporto con la donna. Lei non abortisce, ma decide di tenersi il bambino nonostante le mille difficoltà. Partorisce nei primi mesi del 1962 e da quel giorno si occupa a tempo pieno della crescita del suo piccino. Per cercare di reperire le risorse economiche necessarie per il suo sostentamento, la giovane donna si arrangia a fare lavori umili e saltuari: colf, domestica, bidella in una scuola.

Emarginazione. Il tutto in un contesto sociale – gli anni Sessanta in una città di provincia – completamente diverso da quello attuale e nel quale le madri di figli con padri sconosciuti rappresentavano uno scandalo e subivano una vera emarginazione sociale. A cause delle difficoltà economiche quel bambino, che nel frattempo inizia a crescere, dopo aver frequentato le scuole dell’obbligo si trova costretto ad abbandonare gli studi superiori e svolgere lavori saltuari, come il garzone in una macelleria all’età di 17 anni, per aiutare la madre. E il padre naturale? Negli anni Settanta diventa titolare della macelleria e beneficia di un tenore di vita agiato tanto che acquista un’abitazione in Versilia dove trascorre le vacanze estive. Lui si è sposato, ma di quel figlio concepito con un’altra donna non ne vuole sapere privandolo dell’affettività paterna e dimostrando nei suoi confronti una costante insensibilità.

La denuncia. Passano gli anni e quel figlio diventa uomo e inizia a lavorare come muratore in una piccola impresa individuale. Ma un infortunio sul lavoro e una malattia ne limitano le capacità all’età di 46-47 anni. E allora che la coraggiosa madre, nel frattempo in pensione all’età di 73 anni, decide di affrontare -quasi mezzo secolo dopo - la questione del riconoscimento della paternità in nome del figlio amato e bisognoso di aiuto. Si rivolge all’avvocato Nicola Gori che promuove una causa civile contro il commerciante per il riconoscimento del rapporto di filiazione naturale. Rapporto che viene accertato dal tribunale di Lucca con sentenza del gennaio 2014.

La prova regina. Chiamato a rispondere in giudizio il macellaio in pensione non nega di aver conosciuto la donna tra il 1958 e il 1961, ma sostiene di non aver mai intrattenuto con lei una relazione sentimentale. Di fronte alle granitiche certezze dell’ex fidanzata, il tribunale civile nomina come consulente tecnico il medico legale Chiara Toni. E la incarica di effettuare il prelievo del dna del commerciante di carni in pensione. Lui, che non compare mai in aula, rifiuta di sottoporsi al test genetico e si giustifica adducendo problemi cardiaci. Una scusa che fa acqua da tutte le parti perché l’esame del Dna consiste in un mero tampone salivare. Anche la Corte d’Appello a luglio 2015 si pronuncia in via definitiva respingendo l’appello dell’ex macellaio che per l’ennesima volta rifiuta il test del Dna. La sentenza quindi passa in giudicato e sancisce il rapporto di filiazione tra attore e convenuto.

L’ordinanza del giudice. A quel punto c’è da stabilire il risarcimento del danno con una causa separata davanti al giudice civile del tribunale di Lucca, Michele Fornaciari. Per la madre il legale chiede 90mila euro, per il figlio 60mila. Cinque giorni fa il giudice, vista la dichiarazione della paternità naturale, ritiene che il genitore sia tenuto ad indennizzare la donna sin dalla nascita del bambino per essersene fatta carico da sola pur essendo il padre naturale informato della gravidanza. Il calcolo, aggiornato ai parametri attuali, è presto detto: 300 euro come contributo mensile, 50 euro di spese mensili straordinarie per un importo annuo di 4200 euro moltiplicato per 21 mesi (la maggiore età all’epoca della nascita del figlio) per un totale di 88mila 200 euro oltre agli interessi legali comprensivi della rivalutazione.

Ma per il figlio la sentenza non è favorevole: nessun danno, per il giudice, dalla privazione del rapporto paterno. Non è da escludere che su questo punto il legale di famiglia non decida di presentare ricorso in Appello una volta lette le motivazioni.


 

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