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Precario a 52 anni lancia un appello: Chiedo solo di lavorare, per la famiglia e per la mia dignità

Precario a 52 anni lancia un appello: "Chiedo solo di lavorare, per la famiglia e per la mia dignità"

Lucca: Vincenzo Scalici, 52 anni, da sei si barcamena nel mondo incerto dei contratti a tempo

LUCCA. Frustrazione, senso di impotenza e rabbia. Quella che si prova quando è impossibile far felici i propri cari. Vincenzo Scalici, 52 anni, residente a Cerasomma, conosce bene queste sensazioni, tipiche di chi è finito nel gorgo della precarietà. «Dal 2011 – dice – quando lo scatolificio Giuntoli di Bientina ha chiuso  mandando a casa oltre 100 dipendenti, non ho più un’occupazione stabile. Sono entrato nel labirinto del precariato. Una dimensione fatta di colloqui, centri per l’impiego, agenzie interinali a cui non si può dire di no, contratti occasionali o a chiamata, voucher e impieghi che durano al massimo qualche mese. ll tutto con scarsi diritti e salari scadenti».

L'appello di Vincenzo: "Ho 52 anni e cerco un posto fisso" Cosa vuole dire cambiare in 6 anni 15 lavori e ogni volta sentirsi dire "Non abbiamo più bisogno di te". Il racconto di Vincenzo Scalici, sposato con due figli, della provincia di Lucca (video a cura di Tecla Biancolatte)


Altro che choosy. Nei giorni scorsi Scalici ha preso carta e penna per raccontare ai giornali la sua apnea nel mare magnum del lavoro a termine. «Vorrei appellarmi a chiunque voglia darmi un’occasione di riscatto e dirgli di credere in me», ha concluso. Lo abbiamo incontrato per aiutarlo a venir fuori da questa deriva sfibrante. Scalici, diplomato all’istituto d’arte, non sembra un inetto, uno sfaccendato e tanto meno un choosy (schizzinoso) per usare l’espressione infelice di un ex ministro. Ci mostra il curriculum. Negli ultimi sei anni ha fatto una quindicina di lavori, dal magazziniere al lavapiatti, passando per il mulettista, l’autista, il restauratore, l’operaio edile, l’addetto al controllo di qualità. Ha lavorato anche al Summer festival, ai servizi ospedalieri e in una lavanderia industriale. Si è spostato addirittura fuori regione, in Emilia Romagna, e non ha problemi a lavorare di notte. Non è bastato: «Alla fine – racconta – tutto si conclude con una pacca sulla spalla e un arrivederci. “Non abbiamo più bisogno di te”».

Coscienza di classe. Alle aziende non conviene assumerlo: sanno che dopo di lui ce n’è un altro da sfruttare allo stesso modo o anche a minor costo. «È un problema di legislazione ma anche una questione culturale – dice Vincenzo – Uso un’espressione desueta che però rende l’idea: manca la coscienza di classe. È venuta meno l’empatia e la solidarietà tra lavoratori e su questo le proprietà giocano. Ci mettono l’uno contro l’altro, pronti a pugnalarci alle spalle per 10 euro. Siamo portati a credere che il nostro nemico è chi sta peggio di noi perché ci porta via il lavoro. Ma le cose stanno diversamente: il nemico, tanto per citare Daniele Silvestri, è quello che ha la carta Visa, non il collega sfruttato come me o il migrante che arriva col barcone a Lampedusa. Inoltre è passata l’idea che avere un dipendente che cresce ed invecchia in azienda sia un limite, una catena da spezzare o evitare».

Rinunce e famiglia. Un mutuo di 700 euro da pagare ogni mese, due figli (di 16 anni e 14 anni) da crescere e soddisfare, una moglie a cui vorrebbe tanto regalare un viaggio. Ma non si può. «Sono più di due anni che non facciamo una vacanza – dice – Sembra una banalità ma non lo è. Soprattutto quando ti trovi in mezzo ad amici e parenti che fanno viaggi in ogni dove. I miei figli alla fine dell’estate tornano a scuola e non hanno niente da raccontare, mentre tutti gli altri hanno fatto un sacco di cose». Le rinunce della famiglia sono il tasto più doloroso: la figlia ha lasciato il corso di danza mentre per regalare una bici al figlio in occasione del suo compleanno, Vincenzo ha dovuto trovarsi un garante: «Costava poche centinaia di euro così chiesi al titolare di pagarla in due rate, anche perché la banca un finanziamento non me l’avrebbe dato. Mi disse di no e fui costretto a far intervenire come garante mio fratello».

Il giudizio. Chi non ha sperimentato questo calvario spesso non capisce. È anche un fatto generazionale: per i nostri padri trovare un lavoro fisso era una cosa naturale, semplice. Per questo restano increduli. «Evito di frequentare certi ambienti – dice Scalici – Non per vergogna, ma solo perché non ho voglia di raccontare o giustificare. In alcune persone involontariamente vedi scattare il giudizio, il sospetto che ci sia qualcosa che non va in te. Un amico una volta mi disse: “Fanne tesoro, sono esperienze che arricchiscono”. Ma io non ho vent’anni, di esperienze ne ho fatte anche troppe. Il mio curriculum è addirittura troppo ricco: “Rendilo più agile, tanto guardano solo la prima pagina”, mi hanno detto in agenzia. Il problema è che alla lunga questa situazione ti logora, cominci a perdere certezze, stimoli e voglia di combattere». Vincenzo è arrivato al limite. «Cosa direi a una persona per convincerla ad assumermi? Non sono bravo a vendermi. Dico solo che ho competenze professionali e umane, che so lavorare in gruppo e non ho limiti di orario. Spesso quando fai i colloqui ti consigliano di essere un po’ qualunquista, di mascherarti. Io, invece, credo che non ci sia da spaventarsi se ci si trova di fronte un operaio che legge i giornali, studia e si interessa di letteratura. Chiedo solo di lavorare, per la famiglia e per la mia dignità».

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