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Fra quegli scheletri si nasconde un killer chiamato colera

L’equipe del professor Fornaciari a Badia Pozzeveri studia i morti del 1855 per trovare l’agente patogeno

Un segreto si annida nella terra antica del cimitero intorno all’abbazia abbandonata. Il segreto di un assassino, un serial killer spietato che ha mietuto milioni di vittime. Accadde nel 1855 ma quei corpi, i loro resti, ancora oggi gridano vendetta.

Uomini e donne morti in mezzo a grandi sofferenze e sepolti velocemente, senza troppa cura e in profondità: un metro e mezzo e anche più. I corpi riversi su un fianco, bocconi, composti alla meno peggio, ricoperti con la calce per evitare che il killer che aveva strappato loro il respiro della vita minasse quella di altri esseri umani.

Fu una tragedia immane e la Lucchesia non ne rimase estranea, tutt’altro. Il killer era il colera, la malattia che veniva dalle lontane Indie. Le vittime della sua ferocia furono seppellite nel piccolo cimitero circostante l’abbazia camaldolese di Badia Pozzeveri, territorio di Altopascio. Un luogo silenzioso, abitato da monaci operosi e contadini con le ossa deformate dalla fatica del lavoro della terra. Il piccolo cimitero era il preferito dai nobili della zona. I signori del posto, chiamati i Porcaresi, aveva addirittura ottenuto dal Papa il diritto alla sepoltura nell’abbazia e i loro morti li avvolgevano in broccati dai fili d’oro per consegnarli all’eternità.

Anche questa storia è rimasta sepolta, fino a quando un professore dell’Università di Pisa - Gino Fornaciari, ordinario presso il dipartimento di ricerca traslazionale e delle nuove tecnologie in medicina e chirurgia, esperto mondiale di paleopatologia - ha messo gli occhi sulla piccola abbazia. «Cercavo un sito dove poter condurre ricerche osteoarcheologiche con i miei studenti», spiega.

Nel 2003 furono eseguite le prime prospettive geofisiche del terreno intorno l’abbazia. Le immagini fornite dal georadar rivelarono subito la presenza di centinaia di scheletri nel camposanto, tutto fuorché piccolo come invece sembrava. Ma del segreto che aveva attraversato i secoli ancora non si sapeva.

Quattro anni di scavi. Prima eseguiti solo dagli studenti del dipartimento di paleopatologia di Pisa sotto la guida del professor Fornaciari, poi condivisi da quelli della Columbus University dell’Ohio con il docente Clark Spencer Larsen, con cui Fornaciari aveva avviato una collaborazione scientifica e didattica.

Si è scavato con le mani, sotto il sole cocente, da metà giugno a fine agosto, per quattro estati; la prossima, la quinta, si scaverà ancora, sempre con lo stesso pensiero nella testa: sciogliere il segreto, stanare il killer, annientarlo una volta per tutte.

I corpi sigillati con la calce e da questa quasi a dispetto conservati più di altri potrebbero svelare il segreto del colera. Le ossa arrivate ai giorni nostri, la terra scavata soprattutto in prossimità della zona addominale delle vittime del colera sono oggi in fase di studio alla McMaster University in Canada; partecipa anche Hendrik Polnar, paleobiologo molecolare di fama internazionale che ha studiato il Dna della peste nera. Occhi, mani e cervelli incollati a schermi di computer e microscopi.

C’è una missione impossibile da portare a termine: scovare - in quei resti umani e in quella terra che li ha custoditi per secoli - l’agente patogeno del vibrione del colera, indagarlo e trovare la cura che possa sconfiggerlo. Una scoperta che potrebbe cambiare il corso dei tempi, della storia.

Ma l’entusiasmo è forte, la voglia di vincere contagiosa. Non ha attecchito solo sugli studiosi, anche sulla popolazione locale, su chi la amministra. Ogni anno gruppi di trenta, quaranta studenti sono ospitati presso le scuole (vuote per vacanze) di Badia Pozzeveri, sostentati grazie a fondi del Comune di Altopascio e della Fondazione Cassa di Risparmio. L’importanza dell’indagine è grande e anche il Comune ha accettato di mettersi in gioco pur di conquistare l’obiettivo e sconfiggere il killer che si annida nella notte dei tempi.

Si scava con le mani a Badia Pozzeveri. Da un piccolo fazzoletto di terra davanti l’abbazia gli scavi si sono estesi anche all’edificio religioso, la cui edificazione risale al secolo XI, ma sotto si trova una chiesa precedente. Sono venuti alla luce il pozzo, il chiostro, gli alloggi dei pellegrini, altre sepolture.

Trecento corpi sono affiorati finora. Circa centoventi erano murati con la calce: appartengono alle vittime del colera. «La sanità pubblica di allora, Lucca era già nel Granducato di Toscana, prevedeva che i corpi dei defunti per colera fossero sigillati con la calce per impedire al virus di propagarsi - spiega il professor Fornaciari -. Sepolti in fretta, senza comporre le salme: ma ognuna conserva la dignità di una medaglia devozionale, di un rosario. Sono resti soprattutto di persone adulte, uomini e donne di età medio alta».

Fu disastroso il 1855, l’anno del colera, in Lucchesia. Negli archivi del Comune di Capannori una ricercatrice, Roberta Antonelli, ha trovato documenti che raccontano l’avanzata del colera e lo sterminio che provocava. «Il 14 agosto 1855 - ricostruisce la ricercatrice - il rettore Gabriele Colombini insieme al presidente della sezione di badia Luigi Pistoresi inviarono una lettera al gonfaloniere di Capannori. Lo informarono che il cimitero dei parrocchiani di Badia si trova in “angustia e ristrettezza” tale che il becchino è costretto “a ricavare i freschi cadaveri”. Per evitare questo inconveniente e “sconcertezza riguardo ai viventi e per un dovuto rispetto ai trasportati nostri fratelli” chiesero che, con la massima sollecitudine fosse ingrandito il camposanto (o nuovamente rifatto) coll’annessa stanza mortuaria “dove poter riporre i cadaveri che devono restare insepolti sino all’ora competente” senza lasciarli “all’aria aperta nel cimitero in balia degli animali fino all’ora d’essere inumati; il che è un altro sconcerto”».

La storia del killer nascosto nella terra di Badia Pozzeveri l’ha raccontata anche Science, la rivista scientifica più accreditata al mondo.

Ma non è ancora finita. C’è altra terra da scavare, ci sono altri resti da studiare. Chi indaga e studia le origini del killer di tanti popoli non esclude che andando più a fondo nelle stratificazioni del camposanto intorno la piccola abbazia di badia Pozzeveri si possano rinvenire anche resti di corpi seppelliti durante l’epidemia della peste nera del 1348, quella di cui il professor Hendrik Poinar, a capo del dipartimento di antropologia della McMaster University in Canada è uno dei massimi studiosi

e conoscitori.

Fornaciari, da parte sua, ha buone speranze per rinvenire, in quel cimitero solo apparentemente piccolo, i corpi dei soldati morti nel 1325 nella battaglia fra le truppe di Castruccio Castracane e i fiorentini, vinta da Castruccio.

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