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VIVEVA AD ALTOPASCIO

E' morta l'ultima superstite del Titanic

E' morta a 96 anni Salvata Del

Carlo. Era l'ultima superstite dell'affondamento del Titanic nel 1912. Salvata era ancora in grembo alla madre quando la nave affondò. Nel nome il ricordo della tragedia dove il padre morì. La sua storia fu raccontata per la prima volta dal Tirreno nel febbraio del 1998 e fece il giro del mondo.
Ecco l'articolo del Tirreno del 19 febbraio 1998 che per la prima volta raccontò la sua storia
ALTOPASCIO - «Tu sali sulla scialuppa, io torno più tardi». Un bacio tenero, un abbraccio tra le lacrime. E poi fu solo buio e acque gelide dell'Atlantico tutto intorno. Così Argene Genovesi, sposata da poco con Sebastiano Del Carlo, rimase vedova a pochi mesi dal matrimonio. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912 i coniugi Del Carlo, lucchesi, erano a bordo del Titanic in viaggio verso l'America alla ricerca di un futuro migliore. In realtà erano già in tre, perché Argene portava in grembo quella che qualche mese più tardi decise di battezzare Salvata in memoria di quella tragica notte. Sebastiano Del Carlo però non ha mai conosciuto sua figlia: morì nell'affondamento del transatlantico, dopo avere aiutato la moglie a salire sulla scialuppa di salvataggio. «Vai tranquilla, presto ci rivedremo» le disse stringendosela al petto. Poi la scialuppa calò in acqua scomparendo nel buio. Quella bimba, che doveva ancora nascere, è oggi un'arzilla signora di 86 anni. Si chiama Salvata Del Carlo e abita con il figlio Sabatino Triboli di 57 anni, la nuora Giuseppina Benvenuti e la nipote Graziella a Altopascio. Salvata compirà 86 anni il 14 novembre, ma è ancora lucida e racconta volentieri la storia dei suoi genitori di cui lei è stata indiretta protagonista. «Ho vissuto tutta la tragedia inconsciamente nel grembo materno - racconta la donna - e solo quando sono stata più grande mia madre cominciò a raccontarmi la storia d'amore con il papà e la sua morte nel naufragio. Una vicenda felice, finché la tragedia del transatlantico non la spezzò». Sebastiano Del Carlo abitava alla Badia, e come molti altri giovani della Piana lucchese, all'età di 18 anni era partito alla volta dell'America in cerca di fortuna. «La mamma non mi ha mai detto in che parte degli Stati Uniti vivesse il babbo - racconta la signora Salvata - e che tipo di mestiere facesse. Ma sicuramente faceva un lavoro ben retribuito perché in dieci anni tornò in Italia ben cinque volte. E nel suo penultimo viaggio venne apposta ad Altopascio per sposarsi con mia madre». Argene e Sebastiano avevano tutti e due 24 anni, e tutti e due abitavano alla Badia sui lati opposti della stessa strada. «Papà era un tipo romantico e scriveva spesso alla sua Argene. Un giorno le spedì questi versi: "Cartolina mia, vai nell'Italia, quando da Argene arriverai un bacio per me le porterai"». Sebastiano Del Carlo tornò dall'America per fidanzarsi con la futura sposa che conosceva solo di vista, perché i due non si erano mai frequentati. L'incontro ufficiale fu stabilito per il 20 gennaio del 1912 in occasione della festa di San Sebastiano, che tra l'altro è il patrono di Badia. «Fu la prima giornata che trascorsero insieme: un giorno di grande festa, con la presentazione tra le famiglie e tutto il resto. "Vista e presa" mi diceva sempre mamma quando mi parlava del fidanzamento». Fu il classico colpo di fulmine, nel giro di poche settimane si sposarono e decisero di emigrare negli Stati Uniti, probabilmente per raggiungere le sorelle di Argene che vivevano in California. «Erano così felici che non stavano più nella pelle dalla gioia di partire. Papà andava spesso a Lucca all'agenzia di viaggi per fare le prenotazioni sulla nave, ma le richieste erano così tante che non riuscì a trovare posto su un bastimento che facesse la linea Genova-New York. Finché un giorno tornò a casa entusiasta e disse a mia nonna Ginevra: "Sulla nave che dovevamo prendere non c'era più posto, ma partiremo ugualmente con un'altra. Raggiungeremo da Genova l'Inghilterra e da lì faremo la traversata con il Titanic che fa il suo viaggio inaugurale. Sarà una cosa bellissima. Ho prenotato una cabina in prima classe, così Argene, che è incinta, starà più comoda". Ma la nonna non era così ottimista, quasi presagisse il pericolo». «Mamma ha sempre voluto parlare poco del viaggio, per non riaprire la dolorosa piaga del naufragio, ma ogni tanto si lasciava sfuggire qualche breve racconto. Era una nave bellissima, mi diceva: a bordo la gente era felice. Nei saloni si svolgevano grandi feste da ballo, a cui però mia madre non partecipava perché a causa della gravidanza stava sempre in cabina. Mio padre no, a lui piaceva andare in giro per la nave». Finché il piroscafo non urtò contro quell'iceberg maledetto. «All'una di notte del 14 mia madre udì un gran rumore. Nel frattempo mio padre era sceso in cabina, ma non si era reso conto di quello che stava accadendo. La mamma spaventata gli chiese se aveva sentito il boato e lo invitò ad andare a vedere. Dopo poco il babbo tornò di corsa: "Argene, corri, bisogna fuggire". Riuscirono a raggiungere il ponte superiore della nave facendosi largo a fatica tra gente che scappava e urlava». «L'equipaggio invitava le donne e i bambini a salire sulle scialuppe di salvataggio. Il babbo prese la mamma in collo, la strinse forte a sé: "Vai tranquilla, presto ci rivedremo". Fu l'ultima volta che lo vide vivo. La mattina dopo la scialuppa dove lei si trovava fu avvistata da una nave di soccorso, e tutti furono tratti in salvo e portati a New York. Mamma fu ospitata per due mesi in un convento di suore a New York: la trattavano benissimo, addirittura volevano che restasse in America e che io nascessi là. Ma lei decise di tornare
in Italia e in luglio ripartì». «Sulla nave c'era anche la salma di papà che venne sepolto nel cimitero di Badia. Sulla tomba fu incisa un'epigrafe in versi che parlava dell'affondamento del Titanic. Il 14 novembre mamma, tornata a vivere con i genitori, mi dette alla luce e mi battezzò Salvata»

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