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Brignano si confessa «Così vi racconto i tic al tempo delle app»

Il comico è dopodomani sul palcoscenico del PalaModì «Il pubblico mi dà energia: più sto in scena, meno mi stanco»

LIVORNO. Enrico Brignano nell’uovo di Pasqua. La sorpresa annunciata arriva martedì al Modigliani Forum dove approda lo show “Enricomincio da me. Unplugged”. È un beniamino del pubblico questo eterno ragazzo romano, oggi papà felice della piccola Martina, che sa farci ridere giocando con le nostre fragilità, che attira simpatia con la sua mimica facciale, che si muove felpato come un gattone. In realtà questo eterno ragazzo ha già compiuto il giro di boa dei 50 e ha alle spalle 30 anni di carriera tra teatro, televisione e cinema.

È per festeggiare questi traguardi che ha deciso di girare in lungo e in largo l’Italia con questo nuovo show scritto insieme a Mario Scaletta, Riccardo Cassini, Manuele D’Angelo, Massimiliano Giovannetti e Luciano Federico. Una specie di viaggio nel tempo in cui ritrova vecchie conoscenze, personaggi che lo hanno fatto diventare famoso, rispolverando i suoi pezzi forti e misurandosi con nuove situazioni comiche, accompagnato dalle musiche composte da Andrea Perrozzi e Federico Capranica. È anche un’occasione per porsi delle domande, per chiedersi ad esempio come sarebbe andata se, di fronte alle scelte che si è trovato davanti, avesse intrapreso una strada diversa.

Impossibile saperlo se non facendosi aiutare dalla fantasia. Con “Enricomincio da me” Brignano si offre all’abbraccio del pubblico e come è facile che accada a un attore quando si ritrova su un palcoscenico dal vivo è disposto a guardarsi dentro. Lo fa anche rispondendo alle domande della nostra intervista.

Un uomo solo sul palco a metà del guado tra passato e futuro. Non le dà le vertigini? Non è più facile quando si divide la scena con altri come è stato con Rugantino?

«Io ho iniziato come “solista”, sono abituato a tenere il palco da solo. È una dimensione che mi permette di esprimermi pienamente, di sperimentare: e poi, a dire la verità, in questo spettacolo non sono solo! Mi sostiene una compagnia, formata da 4 ballerini e 3 attori, che mi affiancano e arricchiscono quello che, nell’impianto generale, è un one man show, ma che in realtà mi permette di interagire con altri professionisti. Inoltre, non mi considero mai solo perché c’è il mio pubblico: mi piace lo scambio di endorfine ed energia che si verifica durante le performances, sono parte integrante dello show».

Lei è un combattente, il pubblico se lo mangia. Dove trova questa energia?

«Come dicevo prima, molta energia me la dà il pubblico stesso. A volte mi sento come un pannello solare: magari arrivo un po’ scarico, ma l’esposizione al sole (al pubblico) mi ricarica: insomma, più sto sul palco, meno mi stanco, anzi più energia produco. Può sembrare assurdo, lo so».

Lei attinge molto a situazioni di vita quotidiana. In tutti questi anni (30? ) di carriera la società italiana è cambiata moltissimo. Come entra l’Italia di oggi nello show? Che cosa prende di mira? Ci anticipa qualche personaggio?

«La società cambia ma è una fonte inesauribile di materiale, per fortuna. I tic, i vizi, le manie ci sono sempre. Semplicemente, cambiano le situazioni all’interno delle quali si verificano. Se ieri potevo raccontare l’impaccio nell’avvicinare una donna e approcciarla, oggi posso parlare delle app per incontri. Nello spettacolo, l’Italia c’è sempre. Parlo del mio passato, dunque è un’Italia in cui tutti possono riconoscersi anche se ormai è cambiata. Come alcuni dei personaggi che cito: il prete, i chierichetti, l’amico scemo che dovrebbe farti da “compare” ma invece non capisce niente: sono dei “tipi”, sempre uguali a se stessi, oggi come ieri, anche se oggi girano con lo smartphone in tasca».

A quale attore italiano si ispira? A un maestro della scena come Gigi Proietti da cui è andato a scuola?

«Gigi è una pietra miliare dello spettacolo: da lui sicuramente ho preso molto, anche perché è stato lui a insegnarmi il mestiere ed è normale emulare il proprio maestro, specie agli inizi, mentre si è alla ricerca del proprio stile. Ma da lui bisognerebbe imparare anche come gestire la propria carriera: è sulla cresta dell’onda da 50 anni, adorato dalla gente, amato dalla critica e stimato dai colleghi. Chi non vorrebbe essere capace di fare altrettanto? Poi certo, le influenze nella mia comicità credo siano molteplici, soprattutto per ragioni anagrafiche: vengo dopo una tradizione di comici grandiosa da cui è impossibile prescindere. Penso a Valter Chiari, a Fabrizi, a Panelli, a Rascel. Ciononostante, ho cercato la mia “cifra”, il mio tratto distintivo. Sono tutti maestri, da cui imparare e personalizzare la propria comicità. Non ricordo più chi è che disse “il mondo ama gli originali”. Sono convinto che sia così».

Al cinema Brignano non è soltanto un attore comico, spesso esprime malinconia. Far ridere è più difficile? Lei sa sempre come fare?

«Far ridere è difficilissimo. Non è che io sappia sempre come fare: ci sono delle regole anche all’interno della comicità, quindi qualche piccolo trucco c’è. Ma spesso

il senso della battuta parte da un moto istintivo, che va affinato col tempo. La comicità è un dono, secondo me. Fino ad ora, credo di essere stato fortunato e di aver goduto di questo grande regalo che è donare buon umore. Spero continui così ancora a lungo. Incrocio le dita...».

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