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L’appello di Mario per trovare il cuore del figlio Christian

Livorno: a vent’anni dalla morte del figlio, Bartoli torna alla ricerca della persona a cui fu trapiantato “il battito magico”

Un battito magico, l'appello di Mario per ritrovare il cuore del figlio morto Livorno, era il 19 gennaio del 1998, quando un aneurisma portò via Chistian Bartoli alla sua famiglia a soli 17 anni. Da quel giorno i genitori hanno consacrato la loro vita al ricordo del figlio, il padre Mario svolge in suo nome tante attività di volontariato insieme alla cagnolina Kyra. Oggi ha un solo desiderio: conoscere la persona dentro cui batte il cuore che fu di suo figlio

LIVORNO. «Ora sì che lo desidero e attraverserei anche il mondo intero per andare a sentire nuovamente il “magico battito” del cuore del mio Chry-Chry che scandisce la vita nel petto di un altro o di un’altra. Sì, questo momento ormai lo sogno la notte e lo penso ogni momento del giorno. E mi vedo mentre mi avvicino a questa persona, mi piego e appoggio l’orecchio mentre tremo, mentre le mie gambe cedono, mentre non riesco a frenare il mio pianto. Sì ora lo voglio e quello che prima, impaurito o travolto da mille domande evitavo, è diventato il mio desiderio più grande, ma solo perché in questi vent’anni, dal giorno in cui un aneurisma ci portò via Christian, appena diciassettenne, tutto ciò ha preso un altro significato». Già, sono passati vent’anni. Ma cosa sono vent’anni per un padre o una madre che hanno perso un figlio. Niente. Sono venti giorni, sono venti minuti, sono venti secondi. Il mondo, il loro mondo, si è fermato in quel giorno, a quell’ora, in quel minuto e in quel secondo in cui il medico è andato loro incontro scuotendo la testa: “Purtroppo non c’è più niente da fare…”.

Mario Bartoli, 61 anni, ex portuale, tratti forti e una vaga somiglianza con l’attore Charlton Heston, là è rimasto, perché là in ospedale, in quel preciso momento in cui gli hanno detto che non c’era più niente da fare ha capito che con quelle parole finiva anche la sua esistenza “normale” e chissà se avrebbe trovato la forza per iniziarne un’altra. Da allora non passa giorno che non vada a trovare il figlio, al cimitero Comunale.

17 gennaio 1998. Un filo di voce: «Sai, era il 17 gennaio del 1998, suonano alla porta, guardo l’orologio digitale, erano le 23, 54 e mi dico guarda Chry-Chry com’è puntuale; perché prima che andasse alla festa di compleanno di un amico mi ero raccomandato di non fare tardi e che per mezzanotte e mezzo avrebbe dovuto essere a casa, altrimenti sua mamma se la sarebbe presa con me, perché se fosse stato per lei non l’avrebbe mandato. Apro il portone delle scale ma non sale nessuno, poi mi sento chiamare. Mario! Mario! Vieni giù che Christian sta male. Mi precipito per le scale, il ragazzo era immobile non parlava. Voliamo in ospedale, lì per lì i medici cercano di nascondere la gravità cercando di rassicurarci, ma poi con maniere garbate sono costretti a rivelarci la tremenda realtà: emorragia celebrale». Christian viene operato, una lunga operazione che dura più di cinque ore.

Mario mi confida: «Non sono mai stato credente ma in quelle ore mi rivolsi a quello che i religiosi chiamano Dio, pregandolo, supplicandolo di salvare mio figlio. È solo un ragazzo – imploravo – ha tanta voglia di vivere, non puoi non ascoltarmi, ti prego salvalo. Finita l’operazione – continua Mario – passammo due giorni al suo capezzale, un calvario infinito, poi la convocazione dalla dottoressa del reparto per comunicarci la tremenda notizia. «Non volevo credere che non ci fosse più, gridavo “No! No! Non è vero! ...” Rimasi con la testa tra le mani, senza parlare, senza piangere, ero lì immobile a guardare nel vuoto, capii che la parte più importante della mia vita era finita. Ed era quella che mi aveva regalato due figli meravigliosi (ndr, c’è Jacopo che allora aveva sette anni meno di Christian) e un lavoro sicuro al porto, tutto il resto, specialmente l’infanzia, era da dimenticare».

Quelle parole Mario si ferma, i suoi occhi si illuminano: «In quel momento, il più brutto che due genitori possano vivere, ho udito le più belle parole che la mia ex moglie mi abbia mai detto: “Doniamo gli organi e il cuore di Chry-Chry? ”. Non avrei mai potuto immaginare che quella generosa scelta con il tempo avrebbe dato un senso alla scomparsa di nostro figlio aprendo una straordinaria storia d’amore…». Sette persone adesso vivono con gli organi di Christian Bartoli, tra queste una ragazza, Teresa, di Monterosso (Cinque Terre), l’unica che con la sua famiglia ha avuto la forza e la volontà di ringraziare i coniugi Bartoli.

«Quella sera io e mia la ex moglie, subito dopo la nostra decisione, completamente annientati dal dolore e dalla disperazione, addirittura fantasticavamo su quella scelta: “Magari nel giorno del compleanno del nostro ragazzo andremo a fare visita a quel bambino o quella bambina che ha ricevuto il cuore di Christian… Sprazzi di felicità in un mare di dolore che però il responsabile dell’espianto cancellò subito spiegandoci l’esistenza di una regola secondo la quale non è assolutamente possibile conoscere chi riceverà gli organi. Sempre che non siano loro a volerlo fare, perché loro sanno, se vogliono, chi è il donatore».Mario Bartoli si scuote, vuole fare piena chiarezza su un punto: «È vero che sin dall’indomani dell’espianto ebbi la voglia di sapere dove avrebbe battuto il cuore di Christian, ma è anche vero che ho sempre rifiutato la ricerca, perché era nata in me la consapevolezza che non dovevo in alcun modo turbare l’esistenza a chi iniziava a vivere una nuova vita. Non volevo soprattutto che il ragazzo o la ragazza che vivevano grazie a Chry-Chry fossero coinvolti nel nostro dramma, si sentissero magari anche in debito perenne. E così niente…».

L’americano Ma pochi giorni fa Mario legge sul web di quel padre americano, Bill, che in bici ha percorso duemila chilometri dal Wisconsin alla Louisiana per incontrare Jack, un ragazzo che vive col cuore di sua figlia Abbey morta ventenne. Mario Bartoli attraverso quelle immagini sente che il momento sarebbe arrivato, sente che ora nessuno resterebbe traumatizzato, sente fortemente che rivuole sentire il “Magico Battito” di suo figlio Christian. Il trapianto di cuore avvenne a Bologna tra il 19 e il 20 gennaio del 1998, a un giovane o una giovane originari dell’Emilia, se non proprio del capoluogo. «Vedi – puntualizza Mario _, credo che il giornale della nostra città, “Il Tirreno” possa creare una cassa di risonanza importante, poi la notizia rimbalzerà su altri giornali, sui social, magari sulle televisioni e così forse chi vive col cuore di Christian mi contatterà…».



Il perché Ma perché questa voglia di sentire, come dice Mario, il “Magico Battito” ? «Perché se riesco ad incontrare questa persona gli vorrei spiegare che dentro il suo petto non batte solo un cuore, ma batte una grande storia d’amore, un amore immenso lungo vent’anni. Vent’anni durante i quali io ho lottato con tutte le mie forze per fare diventare il mio Chry-Chry un simbolo d’amore e per fare questo ho superato ostacoli che sembravano insormontabili ma niente può fermare l’amore per un figlio. Vorrei raccontargli che un giorno in questo mio cammino sono stato affiancato dalla mia stupenda canina Kyra, che mi regalò mio figlio Jacopo dieci anni dopo la scomparsa di suo fratello Christian. Vorrei raccontare – aggiunge Mario – che grazie a quel “Battito Magico” insieme a Kyra abbiamo potuto donare momenti di felicità a tanti anziani ormai dimenticati, abbiamo fatto felici tanti bambini che non vivono un’infanzia come dovrebbe essere l’infanzia di un bambino. Vorrei raccontare l’emozione che si prova a fare il volontario con ragazzi autistici e raccontargli pure l’immensa emozione di passare del tempo con bambini afflitti da “malattie rare” , e sentirsi dire “Mario ti voglio bene” ; vorrei raccontargli anche la felicità di andare nelle scuole “Materne” con la mia Kyra, dove lei è diventata la grande amica dei bambini» ”

E Mario conclude: «Tutto questo amore è Christian, perché per me lui rappresenta questo sentimento. E a tutti dico sempre: “Non ringraziate me, ma ringraziate Christian, io e la mia canina siamo solo gli esecutori” . E per me è un’immensa felicità quando per la strada, oppure quando vado in qualche posto non mi chiamano Mario ma il “Babbo di Christian” . Ecco vedete questo vorrei dire a chi è in possesso del “Magico Battito” aggiungendo che porta dentro di sé l’amore più puro, quello con l’A maiuscola, quello che è l’esatto contrario del sentimento di quelli che dicono dei migranti “Speriamo che affoghino” , che è l’esatto contrario di quelli che fanno gli attentati, di quelli che scatenano le guerre, di chi uccide».

Il ragazzo convertito Un altro episodio che ha segnato Mario. «Un giorno ero al Cisternino dove vado giornalmente con la mia Kyra e noto che su una panchina c’è un ragazzo con un grande zaino. Scambiamo due parole e mi racconta che è un pellegrino in viaggio spirituale verso Assisi, mi dice che era nativo di Torino, di una famiglia di fede musulmana ma che si era convertito al cristianesimo, ragione per cui la famiglia lo aveva cacciato di casa e da quel giorno girava il mondo in cerca del suo Dio. Dopo avergli detto che non sono credente, gli porto cibo, gli donò qualche soldo per proseguire il suo viaggio, e prima di ripartire e gli regalo il mio libro “Dopo di te lei” (ndr, edizioni Erasmo) dicendogli “È una storia d’amore, magari lo leggerai durante il tuo cammino”» .

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