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Livornesi posseduti dal mare fin da quando vengono al mondo

D’estate ma non solo: la vita dei livornesi è regolata dai bagni e dal sole. Dipendenza ma anche grande amore

LIVORNO. Si fa presto a dire “città di mare”. Pescara, La Spezia, Salerno. Livorno no, Livorno è una città del mare. Nel senso che la città “al mare” appartiene e soprattutto appartengono tutti i suoi abitanti. Luglio e agosto sono il momento clou della dolce tirannia che tiene in pugno i livornesi ma la dipendenza non ha stagioni. Perché certo l’estate al mare “ci si vive” proprio ma il bagno si fa anche in autunno (ah quelle belle ottobrate) e a primavera, poi ci sono quelli che lo fanno d’inverno e non sono pochi, veri sacerdoti di questo dio che accarezza e detta legge. E poi le passeggiate, due passi sul mare, e se si corre si corre sul mare. Gli aneddoti che celebrano più o meno compiaciuti questa dipendenza sono tanti. Lo scrittore e musicista Simone Lenzi ci ha scritto un libro, “Sul lungomai di Livorno”, impeccabile, affettuosa ma anche spietata analisi delle conseguenze buone e cattive di questa dipendenza, ricordando che qui “già ad aprile le infradito scalpitano davanti alla porta”.

Nell’ambiente degli imprenditori si narra del colloquio di lavoro di un livornese selezionato da un’importante multinazionale che rifiuta il posto perché la pausa pranzo non è abbastanza lunga: “un’ora e mezza? dé e come faccio a andà al mare?”.

Tra verità, leggenda e stereotipi, come l’ormai consunta battuta “Meglio disoccupato all’Ardenza che ingegnere a Milano” che continuano ad inchiodare il popolo labronico al cliché del fannullone, c’è l’interpretazione frettolosa di chi viene da fuori e si sorprende. Si sorprende delle file di motorini sul Romito nei giorni feriali, della divisa ciabatte-bermuda che femmine e maschi indossano quasi ovunque, quasi a qualunque ora da giugno a settembre, della gente in costume che a gennaio “in un posticino a riparo” prende il sole, della vita che scorre godereccia ogni giorno della settimana in quella città parallela che sono gli stabilimenti balneari, dei moletti affollati, della fuga dall’ufficio per un tuffo veloce. Si sorprende il forestiero, giudica e forse rosica parecchio. Contemplando spaesato questa città dove l’orario continuatodei negozi è quasi tabù, soprattutto d’estate, perché “tanto la gente al mare” e in effetti solo vero le sette di sera, rossi come gamberi, i clienti arrivano a fare spese. Dove si è abbronzati tutto l’anno e visto che non ci si può presentare pallidi “al mare” nemmeno a febbraio i centri dotati di lampade spaziali fanno affari d’oro, anche d’estate se ci sono de giorni di “nuvolo”.E ancora i i tatuaggi, i corpi palestrati anche in quinta età, l’odore di melanzane alla parmigiana che si mischia a quello del sole che cuoce il cemento dei bagni, la puzza di fritto portata sulla spiaggia dal maestrale. Ci giudica il “forestiero” per questa nostra felice schiavitù, per essere devoti a questo mare che dall’alba al tramonto fotografiamo, ringraziamo, esaltiamo, espoloriamo, abbracciamo. Ci giudica, accusandoci di eccessivo epicureismo e scarso carrierismo, ma pure ci invidia. Ed è un’invidia di cui i livornesi vanno fieri, che cementa la convinzione che Livorno e il suo mare sono l’ombelico del mondo, un ombelico accogliente e dove il tempo è spesso bello.

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Il fattore meteo infatti è parte integrante del rapporto tra il mare e i livornesi. Prima che arrivassero le previsioni usa e getta sul web tutti sapevano scrutare nuvole, valutare il vento e l’umidità per poter dire senza grosso margine di errore se il cielo si sarebbe aperto, se i giorno dopo avrebbe piovuto e se una libecciata avrebbe cambiato il piano di una domenica al mare con il pranzo per 16 sotto il tendone dei bagni, mezzo cucinato a casa e mezzo nella cabina attrezzata con frigo e cucina. Ora, spippolando ossessivamente suinternet, si pianificano anche due settimane, sfogliando la margherita del mare-non mare.

Perché è dipendenza ma anche amore. Un amore fatto di sudditanza, riti pop, ma anche poesia. Quella del livornese Giorgio Caproni per esempio: “Questo odore marino che mi rammenta tanto i tuoi capelli, al primo chiareggiato mattino. Il sale del mare...”. Perché va bene, il mare ci rende schiavi, vanitosi, tatuati, annega le ambizioni, chiude gi orizzonti. Ma ci fa anche sognare, profumare, volare nuotando.

Già da neonati tutt’uno con lo scoglio, la sabbia, la posedonia, persino il cemento degli stabilimenti sul quale i genitori ciabattano spingendo carrozzina e passeggino. Siamo gente “del mare”, da quando veniamo al mondo, ostaggi nel bene e nel male. Chi riesce a fuggire spesso ha successo e si realizza, raramente ritorna. Ma sotto sotto si sente un po’ affogare. In quel mare che non vede più ogni giorno e può solo immaginare.

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