Quotidiani locali

Il quartiere della Guglia si racconta e diventa uno spettacolo

Livorno, Fabrizio Brandi e Francesco Niccolini in Blocco 3: storia di quartiere e di politica, di padri e figli, di amicizia e amore, di anni Settanta e anni Ottanta

LIVORNO. Questa è la storia di uno di noi, anche lui nato per caso alla Guglia, Fiorentina, precisamente Blocco Tre. Mario Nesi si chiama, è un ragazzino: un libro e uno spettacolo (“titolo: “Blocco 3”) ne seguono le gesta, gli incontri e la vita in famiglia tra gli anni '70 e '80. Quartiere popolare, quelle case costruite durante il fascismo per tenere sotto controllo i sovversivi, il cortile, Mario e i compagni di giochi, i vicini di casa invadenti, un padre comunista d'acciaio, i primi amori, il sapore della ribellione. Mario è (e non è, perché non è semplicemente una fedele autobiografia questa) l’attore Fabrizio Brandi che porterà in scena il testo scritto insieme al drammaturgo Francesco Niccolini (al Grattacielo giovedì 7 aprile, venerdì 8 aprile, sabato 9 aprile e domenica 10 aprile alle 21.30 mentre il romanzo verrà presentato venerdì alle 19).

Brandi perché ha deciso di raccontare un quartiere, un infanzia, i suoi ricordi? Cosa hanno avuto di speciale?

«Le cose speciali si nascondono nella normalità, basta saperle cogliere. È quello che abbiamo tentato di fare insieme a Francesco Niccolini e Roberto Aldorasi con Blocco 3. Ecco dentro quel microcosmo ho sempre visto nei miei ricordi qualcosa di straordinario da raccontare. Novanta famiglie tutte in un palazzo fatto ad arena, con il cortile. Quello è stato il luogo dove ho assaporato le prime gioie, dove per la prima volta mi sono innamorato, ho preso le mie prime "mazzate", ho imparato a rialzarmi, dove ho conosciuto un umanità variegata con il quale ho imparato a confrontarmi, e a riconoscermi. Insomma penso che quella per me sia stata la vera scuola di vita, tante cose importanti della mia esistenza, le ho imparate lì, sbucciandomi i ginocchi in quel cortile».

Come si viveva negli anni ’70 e ’80 alla Guglia?

«Il Blocco 3 era un condensato di umanità partecipata dove in mezzo anche agli scontri, ai conflitti c'era la sensazione di stare nella stessa barca. È l'Italia delle porte di casa aperte, dove nessuno pensava che il vicino ti potesse entrare in casa a rubare. Mi è venuta voglia di raccontare un'umanità partecipata che non aveva perso lo spirito di solidarietà».

Scrivere e recitare la propria vita: è divertente, doloroso, impegnativo?

«Credo che l' autobiografia, anche se la storia di Blocco 3 è in parte inventata, dia la possibilità di esplorare il passato, i ricordi in modo diverso. C'è una bella frase di Felllni che diceva: è più bello ricordare che vivere. Ecco, un po'è vero, perchè i ricordi te li aggiusti e te li colori un pò come ti pare, soprattutto quando li racconti. E a Livorno in questo siamo maestri. Francesco Niccolini, ha reso tutto questo molto più semplice e interessante, è stato una guida, un ispiratore. Anche perchè io non sono uno scrittore, ma mi è sempre piaciuto raccontare storie, una vocazione che ho imparato in famiglia».

Come vede ora il suo quartiere, i ragazzini di oggi, il degrado ma anche i sogni che forse sono sempre gli stessi...?

«Quando di tanto in tanto torno al blocco a trovare la signora Gina, che mi ha cresciuto come una zia, mi faccio scudo con i ricordi belli per cancellare la tristezza e il degrado che ha subito il quartiere. Da una parte hanno ristrutturato i vecchi palazzi, e dall' altra hanno confinato molti casi sociali complessi, in un solito quartiere. Sembra di stare in un ghetto, e ci sono persone come la Gina appunto, che a 93 anni se possono danno una mano alle persone più fragili. Non è che quando ero ragazzino io fosse tutto rosa e fiori, ad esempio le droghe hanno cominciato a circolare subito nei primi anni 80, ma c' era meno indifferenza, se facevi qualche cazzata pigliavi due storcioni da qualcuno che t' aveva visto crescere. C' era condivisione. Dagli anni 90 in poi la situazione alla guglia è precipitata».

La provincia per un artista è più una gabbia o una fonte di ispirazione?

«Da un paio di anni vado in giro con un'altra narrazione scritta da Gabriele Benucci, “Otto con”, ed è sorprendente vedere come storie locali possono avere un respiro più ampio. La provincia può essere una gabbia stretta.Una possibilità è quella di allargare questa gabbia, facendo della provincia un ispirazione. La provincia come la periferia sono una condizione della mente. Non basta abitare a Nevayorche, come diceva mi padre, per non essere provinciale. Ci sono paesi piccoli che hanno un respiro e una vivacità culturale che alcune città si sognano. L' essere periferici invece è una condizione dell' anima, è quando non sei al centro del tuo sentire. A me sembra di vivere in un periodo, che come niente, ti puoi perdere nei falsi bisogni, e appunto vivere in modo periferico. Questo a me fa paura».

Tanto teatro, poi il cinema e quel ruolo in “La prima cosa bella di Virzì” che l’ha fatta conioscere anche in America... Una bella soddisfazione.

«. Il mio ingresso nel mondo del cinema lo devo ad Emanuele Barresi che mi scelse per il suo film "Non c'è più niente da fare" con Rocco Papaleo, Alba Rohrwacher , Raffaele Pisu. Grazie a quel film sono riuscito a fare altri provini e poi altri film. Poi è arrivato Virzì. Quando decise di affidarmi la parte di Giancarlo Barbacci il vigile logorroico in quel bellissimo film, con un cast italiano stellare, ero al settimo cielo. Avevo sempre sognato di lavorare

con lui, ma ho avuto anche il timore di non essere all' altezza. Non so se lo sono stato, ma grazie a Paolo ho avuto una visibilità della quale ancora oggi ne colgo i frutti, non solo professionalmente. La gente mi incontra e mi riconosce. E a me fa un sacco piacere...»

 

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