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Lemmi e quel volo senza età «Orgoglioso della mia Livorno»

A 34 anni ha vinto il bronzo ai tricolori di salto in alto, indossando la maglia di Magnozzi. «Ora vorrei incontrare Lucarelli»

LIVORNO

Il grande salto in alto del campione dal sangue amaranto: lo stacco perfetto, il decollo, l'asticella che resta ferma al suo posto, a 211 centimetri dal suolo, quasi ignara che sopra di lei si libra un ragazzone di uno e novantadue. Poi il morbido atterraggio sul materassone di bronzo. Sì, perché quel balzo effettuato domenica scorsa sulla pista dell'Adriatico di Pescara ha portato il nostro Andrea Lemmi al terzo posto ai campionati italiani assoluti. Meglio di lui hanno fatto soltanto il fuoriclasse Gimbo Tamberi (2,30) e il sardo Meloni (2,14) ragazzi a cui lui - classe 1984 – rende rispettivamente otto e dieci anni.

Appena tre centimetri lo hanno separato da un argento che avrebbe avuto del romanzesco, ma Lemmi si accontenta: «Quando mi sono reso conto che eravamo rimasti solo in tre in gara e che quindi ero certo di salire sul podio ho esultato così tanto che poi non sono riuscito ad andare oltre».



Dopo quindici anni Andrea Lemmi, record personale di 2,26, è tornato a gareggiare per l'Atletica Livorno e ha onorato la maglia biancoverde nel migliore dei modi: «Ne sono felice e orgoglioso. A Pescara non volevo finire la mia carriera, ma continuarla. Con difficoltà, questo è chiaro, perché gli anni passano, ma con la voglia di andare al di là dei miei limiti».

D'altronde, salta e risalta, i garretti si logorano, i tendini soffrono, i muscoli fanno male: «È così. Proprio per questo il terzo posto di Pescara mi riempie il cuore. È stato un risultato costruito con sacrificio e strategia».

Anche nel 2003 Lemmi era arrivato terzo agli Italiani, ma quella fu un'altra storia: «Avevo 19 anni. Migliorai il mio personale di dieci centimetri in pochi mesi. Vinsi il bronzo sospinto dai vapori della gioventù, ma la gestione del mio fisico non fu buona e mi feci male. Il salto in alto è così: finisci su una mina e ti rompi».

Scrivi Atletica Livorno e pensi a Vittoriano Drovandi, il più grande altista nato qui. L'uomo che ha scoperto il talento di Lemmi: «Lui è inarrivabile. Io ho vinto qualche argento, bronzo e tante medaglie di legno. Lui tre titoli italiani di cui due con la maglia biancoverde. Il primo pensiero dopo il terzo posto di Pescara è stato per Vittoriano. Lui mi ha insegnato tutto. Anche il senso di appartenenza».



«Ho avvertito il carico emotivo di gareggiare il 9 settembre, alla vigilia dell'anniversario dell'alluvione, e nello stadio dove morì Piermario Morosini».

Nella vita e nello sport le motivazioni sono benzina sul sacro fuoco di passione e talento. Andrea si fa serio sotto il cielo grigio di questo caldo settembre: «La domenica prima avevo visto Pescara-Livorno in tv. Arrivato all'Adriatico ho pensato a Morosini. A quel giorno maledetto che solo a pensarci mi commuovo. Ho osservato la pista dalla tv: blu e celeste, bellissima e tecnicamente perfetta».

Parla piano, Lemmi: «Amo il Livorno e così mi sono portato dietro la maglia storica di Mario Magnozzi. Quando sono stato chiamato per andare in pista ho deciso di indossarla per il riscaldamento pre-gara. Era come portare con me Livorno e Piermario. Certi pensieri mi hanno aiutato a trovare le energie positive, quelle che producono la tensione giusta che alla fine mi fa stare bene in gara».



Andrea Lemmi, cuore amaranto, esprime un desiderio: «A proposito di senso di appartenenza: vorrei conoscere di persona Cristiano Lucarelli. È una persona vera, interessante, mai banale. E poi dà sicurezza. Quando giocava sapevi che i suoi compagni non potevano tirarsi indietro e che gli avversari avevano paura. Sono felice che sia l'allenatore del Livorno. Sono certo che farà benissimo. La squadra è in buone mani. E poi ci sono Protti e Diamanti, icone del calcio amaranto: siamo al sicuro».



L'altista livornese parla e osserva la pista del Campo Scuola, la sua seconda casa. La mimica facciale tradisce un pizzico di rammarico: «Forse non tutti sanno che a Livorno potremmo ospitare manifestazioni internazionali perché rispettiamo gli standard regolamentari che prevedono l'esistenza di due piste di atletica vicine: una per le gare e una per il riscaldamento degli atleti. La prima sarebbe quella dello stadio. Quella sussidiaria è al Campo Scuola».

Già, ma quella dell'Armando Picchi è in disuso: «Appunto. E vi assicuro che nonostante tutto è ancora in buone condizioni. Ma se non viene utilizzata - seppur a malincuore - sarebbe meglio toglierla e avvicinare gli spalti dell'Ardenza al campo».



Ci sono tante vite nella vita di Lemmi. Quella dell'atleta e quella dell'uomo: figlio e futuro marito. Mette tutto in fila: «Vorrei gareggiare fino a 36 anni, ormai è una scelta che ho fatto.

Ne avrò 35 invece quando, il 1° giugno sposerò la mia compagna Sara che mi sopporta quando, alla vigilia delle gare sono inavvicinabile. Ne sanno qualcosa anche i miei genitori Massimo e Fulvia: sono i miei ultrà. Mi seguono ovunque. Salgono in macchina e non mancano mai». —



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