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COSA CI LASCIA IL MONDIALE 

Chi tiene palla perde,viva le ripartenze Messi, Ronaldo, Neymar: il flop degli Dei

La crisi vocazionale dei portieri, la supremazia tattica europea. Che nasce dai nostri allenatori



Il possesso palla? Non conta più. Le difese? Fondamentali. Le grandi star? Sulla via del tramonto. I portieri? Prego ripassare. Il calcio sudamericano? Respinto con perdite. I Mondiali con il colbacco, perfezione organizzativa e bellezze da svenimento in tribuna a parte, ci lasciano in eredità un calcio tutto nuovo, anzi vecchio. Dove l’estetica conta ancora, si, ma fino a un certo punto. Vince chi difende meglio, chi rischia di meno, chi sa ripartire e arrivare con quattro tocchi nel territorio altrui.



Il Guardiolismo, quella religione laica basata sul tenere palla fino allo sfinimento, in primis per non farla prendere all’’avversario e comandare così psicologicamente la gara, era già sofferente, sul lettino dello psicanalista. Così come il barcellonismo, quella cosa che ti entra sottopelle da piccolo se abiti dalle parti del Camp Nou. Un’era che tramonta all’ombra della piazza Rossa. La Spagna ha tenuto palla per 110 minuti su 120 ed è stata eliminata da una squadra di volonterosi operai specializzati, la Russia. L’ Argentina ha fatto sbadigliare il mondo con un possesso lento, a cadenza di tango triste, in attesa dell’imbucata per Messi: la Francia l’ha devastata nelle praterie. La Germania di Loew si è fidata di sè stessa, si è specchiata nella sua presunta superiorità tecnica: passaggi, passaggi, passaggi. Per nessuno. Ed ha trovato la sua Corea.



Ma si. prendiamoci questa misera consolazione tattica. Noi al Mondiale non c’eravamo ma il nostro spirito tattico sì, eccome. Per decenni ci hanno dileggiato come la patria della pizza, del mandolino e del catenaccio propedeutico al contropiede. Bene, guardate come hanno giocato i tecnici (giovani) che sono andati per la maggiore: contenimento e ripartenze, sinonimi di quanto sopra. Il Belgio ha difeso a quattro ed ha scatenato le sue frecce negli spazi aperti. L’Inghilterra ha lanciato due giannizzeri come Stones e Mc Guire, ministri della difesa. La Francia: rocciosa e micidiale. Come vincere all’italiana.



Messi non è Maradona. Sotto pressione si intristisce, non ha il carattere per caricarsi una nazionale sulle spalle come faceva El Diez. Un tiretto, un golletto con la Nigeria, poi una figura da onesto comprimario. Difficilmente passerà un’altro treno mondiale per Leo. Meglio, ma non poi tanto, Cristiano Ronaldo: roboante tripletta contro quel che resta della Spagna, golazo al Marocco, ma quando le partite sono diventate pesanti anche del drago di Funchal si sono perdute le tracce, più o meno. E Neymar? Trascinante, dirimente, decisivo nella prima fase, quando il Brasile sembrava non poter fare a meno del suo estro. Poi sempre più avvitato su se stesso, sulle sue lune spesso storte. Tante cadute, tante sceneggiate, poca sostanza. Il Pallone d’oro? Ballottaggio a tre: Modric, Griezmann, Mbappè. E una nomination anche per Cavani e Kane.

Il ruolo del portiere esce con le ossa rotte da questo Mondiale. Papere indimenticabili e decisive: Muslera sul tiretto di Griezmann, De Gea contro Ronaldo, la “ciccata” di Caballero che apre il paradiso al croato Rebic. Dall’altra parte i miracoli di Akinfeev, Subasic e Schmeichel, i migliori.



I migliori allenatori, i giocatori più pronti. Lo stile di gioco più moderno, efficace. Ecco

perchè sono stati i Mondiali dell’Europa. Brasile, Argentina, Messico, Colombia sono dei prodigiosi insiemi di campionissimi ma spesso senza logica, senza capo nè coda. Gli europei magari hanno meno talento puro, ma più gamba e più testa. Fattori decisivi, dalle parti del Cremlino. —

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