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Addio Ribechini, pisano dal cuore amaranto

Fece grande il Livorno anni Sessanta: un suo gol decise il derby

 LIVORNO. E' morto ieri mattina all'ospedale di Pisa Pier Luigi Ribechini, 73 anni, ex-giocatore della Sampdoria, del Livorno e della Lucchese. Per tanti anni ha allenato l'Atletico Lucca per tanti anni. I funerali si svolgeranno oggi alle 15.30 presso la chiesa di Ripafratta. Ribechini ha vestito la maglia amaranto dal 1960 al 1967, totalizzando 160 presenze e 11 reti. Nel 1964 vinse il campionato di serie C. Il Livorno Calcio ha inviato un telegramma di cordoglio alla famiglia e oggi una delegazione parteciperà alle esequie. Ecco un profilo di Piero Ribechini, tratto da un articolo scritto da Vinicio Saltini per il nostro giornale. Il calcio inteso come spettacolo. Non che tirasse indietro la gamba, giammai, ma il gusto della giocata e anche un buon pizzico di amore per un pallone che rappresentava il primo oggetto dei suoi desideri, quel pallone che, tutelato dai suoi ottimi piedi, finiva un po' per sparire dalla scena, ma soprattutto si allontanava dalla vista e dalle entrate, spesso assassine, di chi era stato comandato a prendersi cura della sua persona, per trasformarsi al momento giusto in un assist, o addirittura in un gol. Ecco, stiamo dicendo di Piero Ribechini, nato a Pisa ma targato Ripafratta che, negli anni sessanta, in amaranto, rappresentava un idolo e, come tutti quelli con le sue caratteristiche, chi lo amava, chi lo odiava, divideva le masse e soprattutto il mondo calcistico (invidioso?) degli addetti ai lavori. «Livorno? Gli anni più belli della mia vita di calciatore. Pensate - raccontava Ribechini - arrivai e, 1961-1962, una salvezza stentata, 32 presenze. Poi, un secondo posto alle spalle del Prato con 30 presenze e 4 gol, quindi 1963-1964 la promozione in serie B con 33 presenze e 3 gol, di preludio, dal 1964 al 1967, a tre annate onorevoli, 11, 7 e 16 posto, fra i cadetti, rispettivamente 29 presenze, 13 presenze ed un gol, 22 presenze e 2 gol. Diciamo anche, numeri che penso mi promuovano ed ancor oggi, mi inorgogliscono, mischiati a momenti assolutamente indimenticabili». Per esempio? «Per esempio, quando nell'anno della promozione, battiamo il Pisa 1-0 e chi segna? Ma, diamine, io, Piero Ribechini, pisano di Ripafratta che non poteva trovare di meglio per ringraziare i tifosi livornesi del gradimento che gli avevano dimostrato sin dalle prime apparizioni in amaranto; io, pisano di Ripafratta, che pretesi in ricordo il pallone del match, lo feci firmare da tutti i compagni e poi, per una settimana rischiai quasi il linciaggio. Lo tenevo esposto sul lunotto posteriore dell'auto e con questa - per fortuna altri tempi, oggi chissà cosa sarebbe accaduto - giravo per Pisa e dintorni. Oppure, la rabbia che mi montò addosso, quando in un certo senso fui tradito dal mio allenatore preferito, direi anche più bravo, Guido Mazzetti che nel secondo e nel terzo anno della sua gestione amaranto, cedette alle richieste del giornalista Gino Bacci che mi voleva "meno dentro il gioco", spostato all'ala sinistra, a favore, e passi di Claudio Azzali, ma anche dell'oggetto misterioso Cattabiani». - Ricordi? «Un'infinità. Come potrebbe essere, del resto diverso, quando si ha a che fare con compagni dello spessore di Balestri, di Lessi, del povero Gimelli, di capitan Varlyen che, quando dici l'irriconoscenza, ingiustamente decurtato
nello stipendio, cercò di opporsi, ma era appena rientrato a Trieste e già era arrivato Cairoli; di Mascalaito, colto, aperto e simpatico, dello stesso Virgili che non aveva mai in tasca una lira, se facevi la doccia ti consumava lo shampoo ed oggi è uno degli uomini più agiati di Firenze».

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