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Alluvione, con papà Luciano nella casa dei sogni perduti: «Martina non c’è più, i responsabili paghino» - Video

Nel riquadro Martina Bechini. Sotto il padre

L’alluvione a Livorno un anno dopo: viaggio nell’appartamento di via Garzelli spazzato via della piena del fiume la notte del 10 settembre scorso

LIVORNO. Il dolore senza pace di babbo Luciano è «nei sogni perduti» come li chiama lui con la voce che si incrina. Lo ripete spostando la trave di legno all’ingresso della casa che si è portata via la figlia, Martina Bechini, 34 anni, un lavoro come manager, un matrimonio celebrato due mesi prima di quel maledetto 10 settembre 2017 e una valigia piena di progetti.

«Era felice, era appena tornata dal viaggio di nozze in Giappone – racconta varcando la soglia dei ricordi – e mi diceva: se verr ...

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LIVORNO. Il dolore senza pace di babbo Luciano è «nei sogni perduti» come li chiama lui con la voce che si incrina. Lo ripete spostando la trave di legno all’ingresso della casa che si è portata via la figlia, Martina Bechini, 34 anni, un lavoro come manager, un matrimonio celebrato due mesi prima di quel maledetto 10 settembre 2017 e una valigia piena di progetti.

«Era felice, era appena tornata dal viaggio di nozze in Giappone – racconta varcando la soglia dei ricordi – e mi diceva: se verrà un bambino preparati perché noi lavoriamo, quindi ci dovrai stare dietro tu. Invece quella notte nessuno ha avvertito la mia bambina del pericolo, nessuno le ha detto che restare qui era rischioso. Ecco perché spero che i responsabili paghino per ciò che non hanno fatto: c’era un’allerta arancione dalle 21 del 9, poi ci sono stati altri tre allarmi inviati dalla Regione alla Protezione civile di Livorno. Bastava uscire con il megafono come hanno fatto a Collesalvetti e dire alle persone che abitano nelle zone a rischio che c’era un pericolo. Sono sicuro che Martina sarebbe uscita. Invece nessuno ha fatto nulla».

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NELLE STANZE DISTRUTTE

Dentro all’appartamento al piano terra di via Garzelli, una traversa di via Collinet che guarda il letto del Rio Ardenza, oggi quasi in secca, il tempo si è fermato alle 5 di notte di un anno fa quando l’onda di fango e detriti è entrata nel bilocale dove la coppia viveva da tre anni. «Mia figlia era in camera da letto – dice il padre entrando nella stanza distrutta, inagibile come il resto dell’immobile – e quando l’acqua ha cominciato a salire hanno deciso di uscire. Ogni volta che ci penso mi prende la disperazione. Perché se fossero rimasti dentro – va avanti indicando un segno più scuro sulla parete – forse si sarebbe salvata: l’acqua è arrivata fino a qui, a due metri di altezza, si fosse attaccata a queste travi oggi sarebbe ancora con noi...».

Della casa dove Martina e Filippo, sopravvissuto all’orrore, avevano deciso di costruire il loro domani è rimasto solo lo scheletro della felicità: due attaccapanni a forma di cuore in camera da letto, i resti delle tende viola e di fiori disegnati, la cucina comprata di recente e distrutta dall’acqua, un calendario fermo al dicembre dello scorso anno e qualche sapone nel lavandino.

Il resto sono solo detriti, resti di quotidianità e fango dappertutto: sui pavimenti, alle finestre, in bagno, dentro e fuori dall’armadio a muro incastrato in fondo a un piccolo corridoio senza tracce di luce. «Ora – dice Luciano, 70 anni e una vita trascorsa come segretario al centro Coni di Tirrenia – l’appartamento è in queste condizioni, ma prima era un gioiellino. Martina ci teneva tantissimo, l’abbiamo comprato nel 2011 e sistemato piano piano. Il cortile era un giardinetto ben tenuto con al centro un olivo che faceva ombra. Da questa parte un muro di recinzione: tutto spazzato via. Dentro, invece, c’erano tutte le comodità di cui aveva bisogno. In più io e sua madre abitiamo in una di quelle case – prosegue indicando un gruppo di villette a cento metri di distanza – e quando aveva una necessità noi c’eravamo. Sempre. A parte quella notte perché non immaginavo che accadesse tutto questo».

A casa della figlia Luciano è venuto altre volte negli ultimi dodici mesi. «Lo faccio quando la nostalgia di Martina diventa più forte», grande, insopportabile. Un sentimento che poi si mescola a un altro, meno profondo forse, ma non meno forte.

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IL MANCATO ALLARME

«Sono arrabbiato perché la morte di mia figlia e di tutte le altre vittime dell’alluvione si poteva evitare, non è stata una fatalità e non permetto a nessuno di dirlo: le fatalità sono eventi imprevedibili e l’alluvione non lo è stato. Ora – va avanti – confido nel lavoro della magistratura perché venga fatta giustizia. I magistrati a quanto ne so stanno indagando su molti aspetti della tragedia: la pulizia dei letti dei fiumi che sono esondati, la tenuta di ponti e strade, la costruzione di alcuni edifici. Ma a mio avviso si tratta di aspetti secondari. Perché quella notte se chi doveva dare l’allarme alla cittadinanza lo avesse fatto, non parleremmo di vittime. Non dico che andassero evacuate tutte le tremila persone nella lista nera, ma bastava metterle al corrente dei rischi, poi ognuno poteva decidere che cosa fare».

Negli ultimi due giorni Luciano ha partecipato alle iniziative per l’anniversario dell’alluvione «non ho visto né il sindaco né i rappresentanti della Protezione civile». «Purtroppo – e viene fuori l’amarezza – di questa tragedia si parla solo in alcune circostanze, mentre ci vorrebbe più attenzione: è stato un evento che per Livorno non ha precedenti. E tante cose non sono ancora state risolte».

LA FEDE E IL FUTURO

Di Martina sono rimasti i momenti felici. «Era una ragazza affettuosa, rispettosa – dice uscendo dalla casa – e questo anno senza di lei è stato durissimo. Con mia moglie e l’altra nostra figlia abbiamo seguito un percorso psicologico ma io personalmente ho trovato conforto nella fede. In questo mi ha aiutato Don Italo, il parroco che ha sposato Martina, con lui ho trovato un po’ di serenità».

Se Luciano guarda al futuro vede davanti a sé ha un obiettivo preciso. «Vorrei rimettere a posto la casa di Martina, farla tornare un gioiellino come l’aveva voluta lei. Fare tutto insieme è quasi impossibile perché l’appartamento è mezzo distrutto, a cominciare dai pavimenti. E servono molti soldi. Ma un pezzo alla volta cercherò di farcela».

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