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Alluvione, nel castello di fango con gli occhi chiusi: «Questa casa è il simbolo della tragedia»

L'abitazione in cui trovò la morte la famiglia Ramacciotti: padre, madre, figlio di 4 anni e nonno

Livorno, viaggio nella villa all’angolo tra via Rodocanacchi e viale Nazario Sauro dove ha perso la vita la famiglia Ramacciotti tra reti e sacchi di sabbia

LIVORNO.  Il castello di fango e dolori, simbolo di una tragedia che ha capovolto il cuore e gli orizzonti di un’intera città, ha gli occhi chiusi da un anno. Sembra di vederle mamma Glenda e nonna Paola, unica sopravvissuta insieme alla piccola Camilla alla malanotte dell’alluvione, chiudere in tutta fretta – non potendo immaginare che fosse l’ultima – gli avvolgibili marroni dei due appartamenti al seminterrato e al primo piano della palazzina liberty al numero 19 di viale Nazario Sauro. Erano da poco passate le 22 del 9 settembre scorso e da circa mezz’ora erano cominciate a cadere le prime gocce di pioggia sulla città.

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Un’acquazzone che aveva sorpreso la famiglia Ramacciotti mentre era nel giardino che guarda il mare, all’incrocio con via Toti, con alcuni amici, invitati insieme ai figli per festeggiare il quarto compleanno del piccolo Filippo: panini al latte farciti, tovaglioli dei cartoni, palloncini colorati, bibite e tanti giochi. È l’ultimo fotogramma della normalità. L’ultima impronta della vita prima che – sette ore più tardi – dalla collina arrivasse l’ondata di acqua, terra e detriti a travolgere tutto e tutti: il futuro, i sogni, le speranze di nonno Robertoe il figlio Simone (titolari dell’agenzia Generali di Empoli), la nuora Glenda e Filippo, rimasti intrappolati in una prigione di fango mentre cercavano di salvare il più grande dei due figli.«Da quel giorno – racconta una delle inquiline che ancora abitano ai piani alti uscendo dalla palazzina – nulla potrà più essere come prima. L’unica cosa che possiamo fare è andare avanti o almeno cercare di farlo».

Impossibile, nonostante le buone intenzioni e la recinzione intorno al giardino della casa che impedisce di vedere il cortile dei vicini tornato a prima della tragedia (fiori, tavolo da té e un dondolo), ignorare i piccoli dettagli che raccontano ciò che è stato: i sacchi di cemento ancora appoggiati lungo il marciapiede in via Rodocanacchi, i vetri sporchi, incrostati di fango da dodici mesi, e i campanelli dove si leggono ancora i cognomi di chi non c’è più. «La signora non abita più qui», taglia corto un’altra vicina rispettando la riservatezza infinita di chi è rimasto.

«Per fortuna – racconta un signore con in mano le buste della spesa – tanti livornesi passano davanti a questa palazzina in auto e non fanno caso a certi particolari. Dall’esterno hai l’impressione di una casa da favola, invece quando cammini hai tempo di guardare, riflettere, e ti rendi conto che questa è e resterà il simbolo di una tragedia più grande di tutti noi». È proseguendo lungo il percorso tombato del Rio Maggiore, in direzione del viale Italia, che l’alluvione torna a essere più vicino che mai: la rete che divide il vialetto dai cortili è distrutta, il fango dopo le giornate di pioggia si appiccica ancora alle suole delle scarpe, mentre nei garage, sotto al livello della strada, la poltiglia si è mischiata così tanto all’intonaco rendendo impossibile distinguere le pareti dalla terra.

In fondo, più lontano dagli occhi ma non dalla memoria, si riconosce il punto dove era rimasto incastrato un furgone rosso trascinato dalla piena. Al suo posto c’è un vuoto e un muro tagliato a metà. Ma è risalendo lungo il fosso, che il profilo del castello spunta di nuovo, mezzo disabitato e con gli occhi chiusi. Forse per sempre.