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L'alluvione un anno dopo: così fieri di essere livornesi

“Coraggio Livorno”, titolava il Tirreno all’indomani della tragedia che si era portata via la vita di nove livornesi. E se c’è qualcosa che non è mancato, tra le tante carenze tecniche e amministrative, è proprio il coraggio

LIVORNO.  “Coraggio Livorno”, titolava il Tirreno all’indomani della tragedia che si era portata via la vita di nove livornesi. E se c’è qualcosa che non è mancato, tra le tante carenze tecniche e amministrative in fase di emergenza alluvione e gestione immediata del post alluvione, quel “qualcosa” è proprio il coraggio. Non è mancato neanche per un minuto e insieme allo spirito di solidarietà è balzato prepotentemente anche agli onori della cronaca nazionale. Coraggio, solidarietà, bisogno di farsi comunità, da parte del popolo livornese, si sono manifestati da subito.



Meritano il ricordo di tutti, a distanza di un anno, lo sprezzo del pericolo da parte di chi non ha esitato a tuffarsi per tentare di salvare la famiglia Ramacciotti; così come non si può dimenticare il grande cuore di chi, a poche ore dal drammatico rovesciarsi di acqua e fango sulla città e sulle sue colline, si è scapicollato per dare una mano, spesso prima dei soccorsi strutturati e ufficiali, anche mettendosi personalmente a rischio, circolando su strade poco praticabili, da Barriera Margherita a Collinaia, da Montenero a Monterotondo, passando per via Pacinotti alle case che si affacciano sulla spiaggia del Sale, zone violentate dal maltempo, dove nemmeno gli autobus e i taxi si muovevano.

10 settembre 2017: la tragedia di Livorno



In tanti, giovani e meno giovani, militari e appartenenti alle forze dell’ordine, volontari abituali o semplici cittadini, si sono messi a spalare, a cercare di salvare il salvabile nelle case e negli esercizi commerciali devastati dal nubifragio, a procurare alloggi di fortuna e generi di conforto agli sfollati, a fare lavatrici su lavatrici di biancheria e abiti degli alluvionati, a pulire e scrostare il fango da pareti e mobili per rendere di nuovo abitabili gli alloggi e agibili i negozi . Questa catena di solidarietà, questa enorme voglia di rendersi utili, non è passata inosservata, anche perché non scontata. E ha in qualche modo, se non attutito il dolore di chi è stato colpito direttamente, quantomeno ridato a molti speranza, la voglia di reagire e la sensazione di non essere abbandonati.

Perché il rischio in queste situazioni di catastrofe come alluvioni e terremoti, è quello, di trovarsi soli, quando gli aiuti economici dello Stato tardano e passano da farraginosi iter burocratici e regole stringenti, quando gli amministratori di turno pensano a scaricare a vicenda le colpe su altri.

Livorno, il dolore un anno dopo