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L'alluvione un anno dopo: così fieri di essere livornesi

“Coraggio Livorno”, titolava il Tirreno all’indomani della tragedia che si era portata via la vita di nove livornesi. E se c’è qualcosa che non è mancato, tra le tante carenze tecniche e amministrative, è proprio il coraggio

LIVORNO.  “Coraggio Livorno”, titolava il Tirreno all’indomani della tragedia che si era portata via la vita di nove livornesi. E se c’è qualcosa che non è mancato, tra le tante carenze tecniche e amministrative in fase di emergenza alluvione e gestione immediata del post alluvione, quel “qualcosa” è proprio il coraggio. Non è mancato neanche per un minuto e insieme allo spirito di solidarietà è balzato prepotentemente anche agli onori della cronaca nazionale. Coraggio, solidarietà, bisogno di farsi comunità, da parte del popolo livornese, si sono manifestati da subito.

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Meritano il ricordo di tutti, a distanza di un anno, lo sprezzo del pericolo da parte di chi non ha esitato a tuffarsi per tentare di salvare la famiglia Ramacciotti; così come non si può dimenticare il grande cuore di chi, a poche ore dal drammatico rovesciarsi di acqua e fango sulla città e sulle sue colline, si è scapicollato per dare una mano, spesso prima dei soccorsi strutturati e ufficiali, anche mettendosi personalmente a rischio, circolando su strade poco praticabili, da Barriera Margherita a Collinaia, da Montenero a Monterotondo, passando per via Pacinotti alle case che si affacciano sulla spiaggia del Sale, zone violentate dal maltempo, dove nemmeno gli autobus e i taxi si muovevano.

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In tanti, giovani e meno giovani, militari e appartenenti alle forze dell’ordine, volontari abituali o semplici cittadini, si sono messi a spalare, a cercare di salvare il salvabile nelle case e negli esercizi commerciali devastati dal nubifragio, a procurare alloggi di fortuna e generi di conforto agli sfollati, a fare lavatrici su lavatrici di biancheria e abiti degli alluvionati, a pulire e scrostare il fango da pareti e mobili per rendere di nuovo abitabili gli alloggi e agibili i negozi . Questa catena di solidarietà, questa enorme voglia di rendersi utili, non è passata inosservata, anche perché non scontata. E ha in qualche modo, se non attutito il dolore di chi è stato colpito direttamente, quantomeno ridato a molti speranza, la voglia di reagire e la sensazione di non essere abbandonati.

Perché il rischio in queste situazioni di catastrofe come alluvioni e terremoti, è quello, di trovarsi soli, quando gli aiuti economici dello Stato tardano e passano da farraginosi iter burocratici e regole stringenti, quando gli amministratori di turno pensano a scaricare a vicenda le colpe su altri.

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Se, in un mondo che ha bisogno di eroi, l’immagine che resta più di impatto dell’alluvione di Livorno, fortemente simbolica e bellissima, è quella dei “bimbi motosi”, non bisogna dimenticare che rappresentano il mondo di generosità che si è mosso con loro e intorno a loro, da subito e nei mesi successivi. Il volontariato strutturato come le Misericordie e l’Svs, la Caritas e l’Arci, le parrocchie, i vigili del fuoco sempre in prima fila per aiutare la popolazione ma anche i sindacati di base, circoli, gruppi spontanei nati grazie ai social, non si sono risparmiati, i club di service, anche nei mesi successivi hanno fatto raccolte di fondi, in parte supplendo alla lentezza e alla limitatezza dei contributi pubblici per gli alluvionati.

Un giovane richiedente asilo del Mali che frequenta la scuola di italiano della Comunità di Sant’Egidio (uno di quelli che hanno subito il carcere e le torture in Libia, per intendersi), ha detto ricordando quei terribili giorni di un anno fa: «Sono rimasto colpito da quelli che spalavano e aiutavano, sono andato anche io, voglio essere come voi». Speriamo di continuare a meritarci il suo complimento. Ma effettivamente la gente di Livorno un anno fa, nel dramma, ha mostrato il suo lato migliore.

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