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Viaggio tra i lavoratori di Tecnospurghi: «Non siamo mostri, vogliamo lavorare»

Viaggio tra i lavoratori di Tecnospurghi: «Non siamo mostri, vogliamo lavorare»

Livorno, i dipendenti sotto choc dopo l’arresto del titolare nell'inchiesta sugli appalti. «La notte dell’alluvione eravamo con Fiaschi a spalare il fango»

LIVORNO. Babbo Roberto, pantaloni da lavoro e sguardo timido, è uno degli ultimi a entrare nell’ufficio dove fino a martedì scorso il figlio Emanuele Fiaschi, ora agli arresti domiciliari, gestiva la Tecnospurghi, l’azienda finita al centro dell’inchiesta sui presunti appalti truccati in Comune .

«Lavoro qui anche io – spiega Fiaschi presentandosi – dò una mano con i lavoretti edili. Come stiamo? È stata una bella botta per tutti, è ovvio. Sappiamo che la magistratura deve fare il proprio lavoro, però voglio dire una cosa: mio figlio ha cominciato a lavorare nel settore della bonifica a 19 con un camionicino. L’idea vincente è stata semplice: stasare un tubo è meno invasivo e costoso per il cliente rispetto a spaccare tutto per cambiarlo. Per come l’ho visto io è sempre stato onesto, ma a volte il mondo va alla rovescia».

Intorno a Roberto, nella stanza al prima piano della sede di via Cimarosa, ci sono i responsabili dei vari settori: bandi, personale, amministrazione. Alle pareti le foto e i disegni dei figli di Emanuele e una targa con i ringraziamenti del Comune di Genova per l’aiuto che l’azienda ha dato durante l’alluvione. Sul tavolo delle riunioni, invece, ci sono i giornali degli ultimi giorni che raccontano degli arresti, dell’indagine e soprattutto dell’intercettazione – resa nota dalla questura ma non presente nell’ordinanza – in cui Fiaschi rivolgendosi a un altro imprenditore avrebbe detto: «Festeggiamo l’alluvione».

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«Siamo passati da sciacalli – dicono in coro Mirko, Erika, Letizia e Giulia – quando in quei giorni ci siamo fatti un culo così. A cominciare da Emanuele che la notte dell’alluvione era in mezzo al fango a salvare la gente. Purtroppo, invece, si rischia di rovinare un’azienda sana con settanta dipendenti e di farci passare come mostri. In più non sai mai come può reagire la gente: siamo a Livorno... Per fortuna – vanno avanti – stiamo continuando a lavorare e siamo convinti di poter far fronte a questa situazione: abbiamo pagato gli stipendi e con le banche siamo a posto».

Dalla settimana scorsa alla guida dell’azienda c’è Mirko Ulivieri, che dal giorno degli arresti non ha mai mollato il telefono aziendale. «È sempre acceso», dice guardando il display. Poi, rivolgendosi ai colleghi, prosegue: «Il giorno più brutto è stato giovedì. Qui riceviamo centinaia di telefonate, invece dopo l’uscita della notizia ci hanno chiamato in dieci, per fortuna con il passare dei giorni la situazione sta lentamente tornando alla normalità e i ragazzi sono tutti fuori con i mezzi. Il nostro obiettivo è semplice: non far crollare l’azienda».

Erika Ferrò, responsabile dei bandi che compare anche nelle intercettazioni dell’indagine e Giulia Cosimi, referente dell’amministrazione spiegano come funziona l’azienda. «Siamo divisi in tre settori: il trasporto di rifiuti industriali, lo spurgo di case e condomini e poi c’è una società che si occupa di giardinaggio». Una premessa per arrivare a un punto centrale: «Tecnospurghi – spiegano – fattura ogni anno circa quattro milioni di euro. Il bando per la Protezione civile è di poco più di trentamila euro. Possibile – si domandando – rovinarsi per così poco...». 

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