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Il festival dello sberleffo vi farà ridere sul serio

28-29-30 settembre. A fine settembre la kermesse sotto il segno dell’ironia nella patria del Vernacoliere e della burla delle false teste di Modì

LIVORNO. «L’umorismo è la voglia di avere una persona intelligente con cui fare risate cretine». Non basta questa frase di Stefano Benni, scrittore e umorista, a raccogliere tutto quel che è il festival “Il senso del ridicolo”, e soprattutto promette di essere. Non basta: ma rende già un po’ l’idea perché il festival inventato da Stefano Bartezzaghi – che terrà banco nel cuore di Livorno dal 28 al 30 settembre – offre l’opportunità di divertirsi eppure, al tempo stesso, non è una carrellata di talenti da cabaret tanto per starsene a sghignazzare.

È uno dei tanti messaggi lanciati sul profilo Twitter dagli organizzatori: come fosse una delle molliche di pane lasciate da Pollicino per ritrovare la strada. Anche perché il cartellone 2018 è ancora in fase di definizone.

In effetti, il cammino bisogna proprio ritrovarlo: dopo l’edizione 2015 e quella del 2016 contrassegnate da una partecipazione tanto appassionata nei modi quanto record nei numeri, l’alluvione del 10 settembre ha fatto saltare il “triplete” in programma lo scorso anno a fine estate. Giustissimo, Livorno in quei giorni non aveva affatto voglia di ridere ma solo di leccarsi le ferite dopo lo choc.

L’intenzione di tornare sul palcoscenico di questa città scanzonata era tanta, e all’inizio di aprile è stata messa in agenda una tre giorni sotto il segno dell’anteprima per far ricomparire di nuovo dappertutto in città la buccia di banana che ha fin dall’inizio contrassegnato l’identikit del festival (l’assaggio della “Primavera del Ridicolo” ha previsto l’evento di Matteo Caccia “A Livorno è sempre estate” e gli incontri con le scuole di Stefano Bartezzaghi e Giulia Addazi): ma il lutto per la morte dei due operai in porto ha fatto saltare una parte del cartellone. Ecco che il ritorno del prossimo settembre diventa il bisogno di riannodare il filo spezzato.

L’iniziativa – promossa e sostenuta da Fondazione Livorno, gestita e organizzata da Fondazione Livorno Arte e Cultura, in tandem con il Comune e col patrocinio della Regione Toscana – è da mettere in cartellone per fine estate, dicevamo.

Siamo nella stagione dei festival che si ferma a Sarzana per il “festival della mente” oppure a Carrara per riflettere sulla convivenza multiculturale, ma c’è anche – non sempre in quello stesso volger di settimane – Pistoia che si dedica sull’antropologia, Modena che dibatte di filosofia e Trento sull’economia così come Piacenza di diritto, Torino di spiritualità e Mantova di letteratura.

Il format è un po’ dappertutto lo stesso: il fascino della parola e del pensiero, nient’altro che una sedia e un microfono per ascoltare riflessioni e provocazioni, magari scontando l’afa del tendone, pur di portare a casa la bussola di qualche ideuzza in più in questi tempi così sghangherati. Anzi, forse tanto più sghangherati sono quanto più c’è bisogno di farsi una visione del mondo che né il chiacchierume tv né la modalità frantumata del web riescono a soddisfare: serve il fascino discreto del ragionamento, la passione per l’argomentare. Meglio se senza farla ampollosa.

Ecco il segreto di questo festival che coglie al balzo l’immagine che Livorno ha e la moltiplica in un intelligente gioco di specchi. Tant’è vero che nella prima edizione – nel cuore magico dei canali che s’infilano nel cuore settecentesco del quartiere Venezia – fra gli ospiti c’era Maryse Wolinski, giornalista e scrittrice, moglie del disegnatore George Wolinski, assassinato durante l’attacco al giornale satirico Charlie Hebdo. E l’anno successivo l’hanno fatta da padrone gli sberleffi di Stefano Guerrera che ironizzano su riproduzioni di quadri antichi: l’aveva fatto anche la gang labronica del Sodalizio Muschiato dieci anni fa prima, ma con “santini” irriverenti che circolavano nell’agorà degli amici, non sui libri di grandi editori.

Il luogo non poteva essere che Livorno, la città del Vernacoliere ma anche il campo base dello spiritaccio toscano che ama prendersi poco sul serio.

Il cuore della location è piazza del Luogo Pio: uno spazio-nulla che adesso altro non è se non un contenitore di auto. Ma di quando in quando – ad esempio, per il festival dell’ironia e per la kermesse di Effetto Venezia – riacquisisce le sembianze di un luogo di incontro. A maggior ragione adesso che qui si affaccia il nuovo complesso culturale costruito attorno ai Bottini dell’Olio: una bella biblioteca e un magnifico museo della città che conduce alla scoperta della storia di Livorno con una cavalcata attraverso i secoli. Idem l’altro luogo storicamente deputato al festival: piazza dei Domenicani, fra la chiesa di Santa Caterina (al cui interno troviamo un capolavoro semisconosciuto di Giorgio Vasari, “L’incoronazione della Vergine”) e la palazzina della Fratellanza Artigiana (che ha fatto la storia, da un lato, della massoneria locale e, dall’altro, del sindacato, visto che qui è nata la Fiom nazionale).

Intanto, prima ancora di metter nero su bianco il cartellone (lo farà a fine luglio), il festival va a caccia di volontari. tramite Facebook e Twitter o direttamente dal sito web www.ilsensodelridicolo.it.

C’è bisogno di qualcuno che dia una mano (e una squadra dei ragazzi del festival livornese ha collaborato nelle scorse settimane al festival pistoese dedicato ai “Dialoghi sull’uomo”). È esplicito l’invito a partecipare indirizzato agli studenti liceali e universitari. Si può collaborare a: 1) gestione di location e addetti eventi; 2) punto informativo e biglietteria; 3) fotografi; 4) l’ufficio stampa. Chi avesse intenzione di farsi avanti o avere magari maggiori informazioni non ha che da utilizzare un’accoppiata di indirizzi e-mail: l’uno è info@flartecultura. it, l’altro è invece info@ilsensodelridicolo. it.

Se torniamo a parlare del festival contraddistinto dal simbolo della buccia di banana, vale la pena di ricordarne un pregio indiscusso: la conversazione che si snoda brillante e leggera ma mai banale o sciatta. Però, tanto per capirsi: la “lectio magistralis” del debutto è per tradizione una dotta conferenza di accademici di rango come Maurizio Ferraris, ma col sorriso sulle labbra. E i temi non sono le gag da avanspettacolo o cine-panettone, basti ricordare il ciclo di appuntamenti sotto il segno di un Ariosto che non avreste mai scovato fra i banchi di scuola perché assai meno mummificato di quello che saltava fuori dalle spiegazioni della prof di quarta C. Filosofi e scrittori, ma anche giornalisti e radio-star così come letterati, storici dell’arte e del cinema e, naturalmente, comici, si interrogheranno sul significato del riso e sulla straordinaria funzione illuminante dell’umorismo, della comicità e della satira.


La citazione arriva dritta dritta da Oscar Wilde in un altro dei tweet “cinguettati” dalle retrovie del festival: «L’umanità si prende troppo sul serio, è il peccato originale del mondo. Se l’uomo delle caverne fosse stato capace di ridere, la storia sarebbe stata diversa» .

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