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Da Livorno al Midwest per sconfiggere i tumori con delle molecole "speciali"

David Porciani è un ricercatore livornese dell’università di Columbia in Missouri diviso tra lavoro, casa e impegno sociale: insegna scienze a contadini e allevatori

LIVORNO. Livornese di Fabbricotti, David Porciani, ha 34 anni e si è innamorato della chimica già prima di diplomarsi all’Iti Galilei: «Ringrazio la prof Ramacciotti e il prof Golfarini», dice subito. Che sarebbe “fuggito” negli Usa era scritto. È nato il 3 agosto del 1984, 512 anni esatti da che Cristoforo Colombo partì da Palos per la scoperta che cambiò il mondo. Con in tasca una laurea al Ctf di Pisa, tesi al Cnr, un dottorato in biofisica molecolare alla Normale e un seminario a Oxford, lavora nel campo degli acidi nucleici nel laboratorio di ricerca del professor Donald Burke all’Università del Missouri. Ora è lui a caccia di una scoperta che cambi il mondo, nella lotta ai tumori: molecole intelligenti di Rna e Dna in grado di riconoscere selettivamente le cellule tumorali e veicolare così i farmaci e sonde direttamente nelle cellule maligne. Uno studio che è stato pubblicato recentemente da Nature Communications.

Partiamo dalla decisione di volare in Usa…

«Al termine della mia esperienza di dottorato, ho deciso di accettare l’offerta di lavoro per una posizione di “postdoctoral researcher” nel laboratorio del professor Burke, dove avevo studiato già per sei mesi durante un seminario a Oxford. Evidentemente ho lasciato un bel ricordo se mi ha rivoluto nel suo team di ricerca. Sentivo dentro di me l’esigenza di confrontarmi con un panorama scientifico diverso, nonché uno dei più competitivi nel mondo».

Stiamo parlando con un cervello in fuga?

«Tecnicamente sì. Sono sempre stato una persona competitiva e al termine del dottorato, volevo confrontarmi con una realtà scientificamente più ampia e internazionale. Sono sempre molto legato all’Italia, e ai posti dove sono nato e cresciuto. Spero che in un futuro ci possano essere le condizioni più promettenti per tornare a fare ricerca e trasmettere la mia esperienza all’interno di un’università italiana».

Ci parli dell’Università del Missouri.

«L’Università del Missouri dove lavoro si trova in una piccola città collegiale, Columbia. Il campus è molto vasto e rappresenta il cuore della città. L’università è una delle più importanti del Midwest. Il dipartimento di giornalismo è probabilmente il migliore del paese. Le scienze per la vita o life sciences sono altrettanto valide e contano diversi gruppi di ricerca prestigiosi che ogni anno pubblicano articoli nelle migliori riviste scientifiche».

E il suo lavoro ?

«Il mio ruolo come postdoc consiste nell’assumere la leadership di alcuni progetti di ricerca, coordinando studenti di dottorato e studenti meno esperti. Nel fare questo, eseguo esperimenti in prima persona e insegno la teoria e la pratica acquisite. A livello scientifico, studiamo nuove strategie basate sull’uso di “molecole intelligenti” di Rna e Dna per il riconoscimento selettivo delle cellule tumorali, a cui lavoro personalmente. Abbiamo anche progetti per studiare nuove possibili terapie o sistemi di detection (riconoscimento) contro virus come l’ebola o l’Hiv, e progetti per studiare la famosa Rna world hypothesis (nel contesto di origine della vita) finanziati dalla Nasa».

Che accoglienza ha ricevuto in Usa?

«Dal punto di vista lavorativo, sono stato messo in posizione ideale per essere produtivo: gli incontri settimanali con colleghi anche di altri gruppi di ricerca mi aiutano a crescere e a carpire nozioni che non avevo nel mio bagaglio scientifico. Dal punto di vista umano, con i colleghi mi sono trovato subito bene. Il nostro gruppo conta studenti di diversi paesi con i quali è nato subito un ottimo rapporto. L’università ha poi moltissime attività per cercare di integrare gli altri studenti e i lavoratori americani con quelli stranieri. La cultura è molto diversa dalla nostra e ci vuole un po’ di tempo per abituarsi…».

Passiamo a un po’ di vita privata.

«Sono sposato da sei mesi con Alessandra che è di Pistoia. L’ho conosciuta a Pisa. Anche lei è nel mondo della ricerca. Dopo aver svolto la tesi in biotecnologie molecolari alla Normale, ha fatto il dottorato in Scozia dove ha conseguito il titolo la scorsa estate. Da ottobre lavora anche lei come postdoc all’università del Missouri. Lo scorso dicembre ci siamo finalmente sposati in Italia.

Dove abita?

«Abitiamo in un appartamento non lontano dal campus dove lavoriamo. L’appartamento è in una zona molto verde, vicino ad un ruscello e ad un sentiero che è possibile fare a piedi, a corsa o in bici: la nostra soluzione preferita».

Una giornata tipo di un ricercatore tipo.

«Colazione salata, uova, toast con avocado, aranciata e poi prima di uscire caffè rigorosamente italiano. Tra le varie cose che faccio durante la colazione c’è la chiamata o il messaggino Whatsapp a mamma. Poi con Alessandra andiamo in bici al lavoro. Nel nostro lavoro c’è la regola “si sa quando si entra in laboratorio, ma non si sa a che ora si esce”. Purtroppo non si possono prevedere le nostre giornate e l’andamento degli esperimenti. Il che è il bello è il brutto di questa professione. Di solito, ho dei meeting giornalieri con i vari studenti per coordinare il lavoro. Faccio lo stesso con il mio capo, il dr Burke. Ci vediamo, discutiamo idee e pianifichiamo esperimenti. Se penso che sarà una lunga giornata, cerco di fare una pausa di un’oretta nel pomeriggio per fare un po’ di attività fisica nella palestra dell’università. Poi si torna a lavorare in laboratorio. La sera ci piace rilassarci guardando un film o uscire con il nostro gruppo di amici americani e non. A volte però capita anche di dover lavorare alla scrittura di qualche progetto o articolo».

Nel tempo libero che fa?

«Ho giocato a calcio una vita ed è sempre bello indossare di nuovo un paio di scarpe coi tacchetti e giocare. L’altra mia passione è la bici. Il mio babbo me l’ha trasmessa quando ero piccolo e nel fine settimana se il tempo è buono cerchiamo con Alessandra di andare a fare un giro. Mi piace anche cucinare. Con mia moglie sentiamo nostalgia del cibo toscano: abbiamo cominciato a fare la schiacciata all’olio e la torta così ci prepariamo in casa il cinque e cinque. I nostri amici americani non hanno potuto fare altro che apprezzare».

Ogni quanto torna a Livorno?

«Di solito cerco di tornare per Natale e se ce la faccio anche un’altra volta durante l’anno. L’estate purtroppo però il volo per tornare in Italia è molto costoso. Sono rientrato a Livorno lo scorso dicembre. Ogni volta che torno la vedo sempre più bella. Per me che non ci sono mai è più facile apprezzarne ogni singolo angolo. Mostro spesso con orgoglio le foto di Livorno ai miei amici americani. Abbiamo a Livorno, in Toscana, e in Italia in generale dei luoghi e delle tradizioni unici nel mondo. Spesso purtroppo non tutti gli italiani se ne rendono conto».

Capitolo finale: ovvero progetti futuri, e prospettive.

«Come ho detto, sono concentrato con il lavoro qua all’università del Missouri. Di recente poi con una collega italiana, Arianna Soldati, siamo riusciti a portare avanti un’iniziativa chiamata “Science on wheels”, per promuovere la ricerca scientifica nelle aree rurali. Riuscire a spiegare a famiglie di contadini e allevatori la mia attività di ricerca è stata un’esperienza veramente formativa. Mi piace condividere la passione per la scienza coni più giovani e chi non ha avuto l’opportunità di studiare. In futuro vorrei essere responsabile di un mio gruppo di ricerca indipendente sempre rimanendo in campo accademico. Amo troppo insegnare e trasmettere il mio entusiasmo agli studenti per pensare di provare un’esperienza, anche se più remunerativa, nel campo dell’industria. Ancora non so, tuttavia, se e dove lo avrò. È chiaro che l’idea futura è quella di riavvicinarmi a casa. Vedremo che opportunità si presenteranno. Per ora è presto. Intanto godiamoci il successo di questa pubblicazione, e pensiamo a lavorare duro ogni giorno».

IL PROGETTO DI RICERCA PUBBLICATO SU NATURE

Il cuore dello studio ruota attorno alla creazione di “aptameri”, molecole in grado di riconoscere le cellule tumorali distinguendole da quelle sane. «Il lavoro che abbiamo recentemente pubblicato su Nature Communications - spiega Porciani - nasce dal frutto di una collaborazione tra il nostro gruppo di ricerca e un gruppo alla Scuola Medica dell’università del Missouri. I farmaci anti-tumorali convenzionali non sono in grado di discriminare tra una cellula malata e una sana. Questo porta di conseguenza a effetti indesiderati che spesso possono risultare più debilitanti del tumore stesso. Nel nostro lavoro abbiamo generato delle molecole intelligenti di Rna e Dna, chiamate “aptameri”, che riconoscono selettivamente le cellule tumorali. Queste molecole hanno quindi il potenziale di veicolare farmaci antitumorali e sonde luminose in modo specifico nelle cellule

maligne. Abbiamo testato le nostre molecole in diverse cellule di leucemia, linfoma, cancro al seno e cancro ovarico con risultati estremamente incoraggianti. Nelle prossime settimane inizieremo a testare queste molecole in modelli animali, sperando di ottenere lo stesso tipo di risultato».

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