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Elezioni comunali in Toscana, l’onda verde spaventa il Pd

La Lega: «Ora via i parrucconi». M5S risucchiato da astensione e Salvini. I sovranisti: "Abbattiamo la regione rossa". I dem e la paura che ai ballottaggi si ripeta l'effetto Livorno: "O noi o la destra reazionaria" 

LIVORNO. Al Cep sono rossi perfino i palazzi. Di case popolari, s’intende. Il partito li costruì così, a Pisa, il marchio delle luminose sorti progressive doveva irrompere nel campo visivo di chiunque percorresse la strada lungo l’Arno verso mare. Mura e cuori di un solo colore sono stati l’orgoglio della sinistra sotto la Torre per anni. A Riglione s’è dissolta l’anima: ogni estate ci organizzano la festa dell’Unità. I dem hanno ceduto. Invasi da chi grida contro l’invasione. Che fossero periferie arrabbiate col mondo lo si era capito col referendum renziano e il 4 marzo, ma che le casematte del Pd sarebbero state travolte dal sovranismo della Lega non se lo aspettava nessuno.

ADDIO TOSCANA ROSSA?

«Soffia un vento nuovo, la Toscana sta cambiando verso», dice la sindaca leghista Susanna Ceccardi a suon di dirette Facebook lanciate a ripetizione sognando un nuovo effetto Cascina anche a Pisa. «La Toscana rossa non c’è più», si accoda Giovanni Donzelli, leader toscano di Fratelli d’Italia. «Con i ballottaggi possiamo dirle addio», pigolano i forzisti infeltriti dall’esuberanza leghista esplosa in tutta la regione. Il Cep e Riglione, due quartieri di Pisa, certo, statisticamente non rappresentativi, eppure simbolici di una mutazione genetica che il 24 giugno potrebbe azzerare una storia.

LA PSICOSI DEM

Da Pisa a Massa, fino a Siena, non c’è capoluogo in cui i democrat non vivano lo spettro di un replay, la riproposizione di un format. Quello andato in scena ad Arezzo, Livorno, Pistoia, Carrara. Quasi ovunque (ad eccezione di Lucca), nelle città andate al ballottaggio, il centrosinistra è caduto, schiacciato da un istinto iconoclasta dell’elettorato. Da uno tsunami anti establishment. «Il vento del cambiamento», dice il candidato del centrodestra pisano, Michele Conti, occhieggiando all’opportunismo governista di «chi vuole l’alternativa». Non c’è dubbio, fra due settimane la Toscana assisterà ad uno scontro manicheo. «Sarà una sfida fra il centrosinistra di governo che ha espresso il meglio di sé e la destra reazionaria trainata da Salvini», provano a darsi animo Marco Recati e Valerio Fabiani, reggenti dei dem toscani.

IL TURBOLEGHISMO

Certo, il Pd è «andato bene nei Comuni sotto i 15 mila abitanti», dicono i reggenti. Ma nei capoluoghi è in affanno, minato da faide intestine e l’autolesionismo tafazziano con cui anche stavolta ha perso mesi e mesi nel tentativo di silurare e sfiduciare sindaci uscenti (Volpi e Valentini) o candidati in continuità con il passato (Serfogli è stato assessore per dieci anni di Marco Filippeschi). Anzi, se tiene rispetto alle politiche di tre mesi fa, crolla nel paragone con le amministrative del 2013. E quasi ovunque assiste a un boom della Lega (a Massa però dimezza i voti dal 4 marzo), diventata addirittura primo partito a Pisa con il 24,7%. E nei capoluoghi di fronte all’exploit del sovranismo local, gli uscenti arrancano travolti da una crisi di fiducia. A Siena Bruno Valentini affronterà Luigi De Mossi, volto moderato del centrodestra, ma è da Pierluigi Piccini che sembra doversi guardare.

L’ex sindaco, terzo al primo turno, è diventato l’incarnazione dell’opposizione al groviglio armonioso che domina la città da anni. I suoi voti decisivi. Non è un caso che Valentini già provi a tessere una tela. Eppure, nella Siena orfana dei 5 Stelle, Piccini veste i panni antisistema, e non è detto che al secondo turno il suo elettorato non continui a chiedere lo scalpo del «potere». A Massa Alessandro Volpi, il candidato Pd che il Pd non voleva, potrebbe venir travolto dalla stessa voglia di cambiamento .

E il caso di Pisa è perfino emblematico: dal 38,6% del 2013 il Pd passa al 23,6%, addirittura sotto il 24% delle politiche . Non solo. Il centrosinistra si ferma sotto l’asse di centrodestra, avanti di un punto al 33%. E, a dispetto del politicismo degli apparentamenti, non sarà così facile recuperare facendo appello alle civiche. Secondo l’istituto Cattaneo, il 30% dei consensi raccolti dai dem il 4 marzo s’è smarrito nei mille rivoli del civismo. Che sotto la Torre ha nature diverse, e sappiamo quanto poco peso abbiano ormai i diktat di capibastone e leaderini. S’avanza dunque una fifa verde.

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IL CAVALIERE “INESISTENTE”

Ma c’è un però alla nuova egemonia salviniana. Il turboleghismo sta prosciugando Forza Italia, ne sta inglobando voti e elettori. Silvio in Toscana è un cavaliere quasi inesistente. Lo sprofondo azzurro sembra inarrestabile: è al 3,5% sotto le Apuane e a Pisa, al 3,35% nell’arena senese. «Su sei candidati nelle città sopra i 15 mila - prova a sfoderare l’orgoglio il coordinatore toscano Stefano Mugnai - 4 candidati sono stati indicati da noi». Sara. Cresce semmai il sovranismo fascio-friendly formato Meloni. FdI si fa scialuppa, passando ad esempio dal 2,4 al 4% a Massa.

«È il momento di dare la spallata, e scalzare i vecchi parrucconi», ruggisce la leonessa di Cascina con il lessico della rottamazione renziana. «Qui non si decide solo il futuro della città, ma anche della regione». Quasi una beffa per la generazione Leopolda in pochi anni lievitata e sgonfiata a colpi di ribaltoni. Così, sembrano vacillare tutte le certezze, perfino nel recinto renziano della Toscana centrale. Anche la coalizione a sostegno di Emiliano Fossi, a Campi Bisenzio, crolla dal 62% al 42, con il Pd che perde il 14% (dal 32,6 al 18,4). Certo, ha influito ovunque la scissione dalla ditta giaguara di Bersani. Ma da sola non spiega il tonfo.

GIALLO, DOV’È FINITO Il M5S?

Come, senza l’istituto Cattaneo, sarebbe un rebus indecifrabile il flop dei 5 Stelle, fuori da tutti i ballottaggi, fermi alle percentuali del 2013, incapaci di radicare una classe dirigente locale. Così a Massa sembra passato un secolo dal 30% delle politiche o dal 23% registrato a Pisa. Qui i grillini si fermano fra il 14 e il 9%. L’onda gialla sarebbe un giallo senza le analisi dei flussi dell’istituto bolognese. Per i ricercatori, il 53% di chi il 4 marzo ha votato M5S sotto la Torre, alle amministrative s’è rintanato nell’astensione. E quando il vaffa-pensiero non s’è disperso nel non-voto, ha scelto la ragion di governo, l’opportunismo giallo-verde. Proprio a Pisa, solo 2 elettori su 10 sono tornati a dare fiducia a Di Maio e Casaleggio. Il 24,3% ha cambiato sponda, dirottando verso il centrodestra.

E la sinistra 5 Stelle, quella invocata da analisti renziani, novelli sostenitori di un tacito contratto col nemico? Macché, a Pisa, a stare all’Istituto Cattaneo, non esiste. Era un’illusione. Solo l’1,7% dei grillini in tre mesi ha cambiato idea arrivando a sostenere «l’odioso sistema di potere Pd». Risultato? La Lega primo partito. «Un risultato che commuove», ha fatto dire di fronte al 24,7% a Matteo Salvini, con quel verbo che sembra quasi un’antitesi delle mosse carnivore adottate dal leader leghista in questi giorni di odissea Aquarius. Che però deve guardarsi da suoi. Il 18% di chi aveva scelto la Lega il 4 marzo s’è macchiato di un’onta inemendabile: ha votato Pd.
 

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