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Deborah, la rottamatrice che domina le liste forziste

Deborah, la rottamatrice che domina le liste forziste

La versiliese Bergamini è la “commissaria” del partito di Berlusconi in Toscana. Sono passate dall’azzurra che spodestò Verdini le decisioni principali sui candidati

LIVORNO. C’era un tempo, neanche troppo lontano, in cui sedeva fra le amazzoni della corte arcoriana insieme alla senatrice Maria Rosaria Rossi e Alessia Ardesi, portavoce di Francesca Pascale. Era il 2015, e lei era una delle vestali del berlusconismo integerrimo e serioso. Donne non più oggetto, più intelligenti che appariscenti, componenti del cerchio magico strettissimo costruito per depurare l’immagine del Cav dall’iconografia del bunga bunga. Lei, come loro, è una dei falchi azzurri che convinsero Silvio Berlusconi ad infrangere il patto del Nazareno e ad adottare una linea da duri e puri dell’antirenzismo. Non è un caso che ancora oggi, di fronte ad un orizzonte di stallo post 4 marzo, Deborah Bergamini definisca le larghe intese «un esercizio che piace agli opinionisti». Insomma, per lei non sono un’opzione. Ma la sua voce è una fra le tante. Perché nella primavera 2016 in Forza Italia si riunì un gabinetto di guerra e sul clan delle amazzoni piombò la ruspa di Marina Berlusconi, Niccolò Ghedini, del saggio Gianni Letta e del fedelissimo di sempre Fedele Confalonieri. Rewind: Arcore è tornata al vecchio.

Ma Debby è pur sempre Debby ed è rimasta in sella. La deputata versiliese è ancora responsabile comunicazione del partito, anche se lo staff di B. da qualche mese si è dotato di nuove figure. Ma è soprattutto una delle candidate alle politiche che il Cav ha voluto blindare come capolista in tre listini in Toscana. Correrà anche sull’uninominale di Massa Carrara contro Cosimo Ferri, uno dei collegi che i sondaggi colorano di azzurro. «Sì – ammette – è stato il presidente a chiedermelo. Cosimo è un’ottima scelta del Pd, va riconosciuto, visto che viene da FI». Come dire: moderati, votate l’originale.

Ma Bergamini resta anche il simbolo del tramonto di Denis Verdini. Oggi è lei a dettare la linea nel partito in Toscana. Dai tempi della caduta degli dèi verdiniani, è suo l’imprinting sulle liste. «Discontinuità», fu l’imperativo per le regionali 2015. All’epoca propose al Cav i nomi dell’ex sindaco di Pietrasanta Massimo Mallegni o del fiorentino Marco Stella come possibili anti-Rossi. Poi prevalse il coordinatore Stefano Mugnai, l’altro big della diarchia che oggi controlla gli azzurri in regione. E «rinnovamento» è stato il diktat per le politiche. Indovinate chi c’è nelle liste? Mallegni, Stella, Mugnai... Esclusa lei, se verranno eletti, saranno tutti all’esordio in Parlamento. In pratica Bergamini, 50 anni, è una “rottamatrice” anche se non digerisce Renzi.

A differenza del fiorentino, la camaiorese non scherza, non fa battute, sorride ma non ride. «Sono sempre stata seria, tengo molto alla mia serietà – dice – Mi ha sempre ripagata». A chi rievoca le cene eleganti di Silvio sottolinea che dopo la «violenta demonizzazione c’è stata una rilettura del suo ruolo». In fondo, è pur sempre la parlamentare che avrebbe voluto integrare il ddl Alfano sulle intercettazioni con «il carcere duro per i giornalisti». Nata a Viareggio da babbo di Lido di Camaiore e mamma lucchese, laurea in lettere, dottorato in Massachusetts, ex responsabile Marketing in Rai durante l’ultimo governo azzurro, ha vissuto la sua giovinezza a Firenze, al liceo classico Michelangelo, da sempre vivaio della classe dirigente rossa in città. Giornalista, ha iniziato come nerista alla Nazione per poi diventare un’anchorwoman a BloombergTv, canale di informazione finanziaria. Non si è mai sposata né ha avuto figli. «Una scelta che ho fatto serenamente, non si può avere tutto nella vita». Il primo incontro con B. a Londra. «Lo intervistai. Mi disse “Sei bravissima, vieni nel mio gruppo”».

Nel 2007 viene sospesa dalla Rai (se ne va nel 2008), quando scoppia il caso sulla «Struttura Delta». Viene intercettata e, scrive Repubblica, dalle conversazioni emerge un inciucio Rai-Mediaset «fuori da ogni logica di concorrenza». «Il primo caso di colossale fake news organizzata come attacco politico – dice oggi lei – e sconfessata dall’archiviazione del gip». Debby è una fedelissima. Sui social un’austera pasdaran: tweet a raffica sul programma forzista, botte da orbi contro il Pd che «ha privato i cittadini di sanità e sicurezza», sferzate all’incompetenza 5 Stelle. «Il 4 marzo gli italiani avranno due chance: rabbia o progetto, noi siamo il secondo».

Durante la legislatura ha saltato una seduta su due (assenze 47%), ha firmato 36 disegni di legge, votato contro l’obbligo sui vaccini, il Jobs act, il decreto salva banche, contro la fiducia a Renzi e Gentiloni, a favore della legge contro il femminicidio. La guerra a Roma contro le larghe intese è stata una traslazione della faida toscana aperta per detronizzare il re Denis. Una battaglia che infuriava già 6 anni fa, quando si scagliò contro il carattere «sovietico» del Pdl. Adesso il soviet è suo. «Una conquistatrice? Solo un rinnovamento, è normale in politica». E con Verdini? «Parliamo di futuro…». Un tempo aveva un blog fantasy: si trasformava in Cartimandua, la regina dei Celti. Raccontava della «regina fra i corridoi del castello», dei «suoi passi che producevano un soffuso, minaccioso fruscio», di quando il «grande capo le

sorrideva sul lago Maestro», di lei «pronta a una nuova battaglia: dimenticare. E così rinascere, farsi nuova, ancora una volta». «Resterà per sempre una mia passione – dice – ma non amo che si riporti, perché di solito lo si fa a presa di culo». Un caratterino, Debby.

 

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