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Denudata al concorso: Giù le mutande, più giù - Video

Denudata al concorso: "Giù le mutande, più giù" - Video

Alla selezione per magistrato Cristiana Sani, apuana, è stata spogliata dalle agenti di polizia penitenziaria. Ha presentato esposto alla Procura di Roma

Molestie al concorso, via le mutande: «Non volevo, mi dissero: 'Cos'è, ha il ciclo?'» Alla selezione per magistrato Cristiana Sani, di Carrara, è stata spogliata dalle agenti di polizia penitenziaria. Ha presentato esposto alla Procura di Roma

VIDEO. La testimonianza: "Non volevo, mi dissero: "Cos'è ha il ciclo?"

LIVORNO. Il peggio inizia in treno. Durante il viaggio di ritorno. Nello scompartimento che da Roma la riporta in Toscana Cristiana Sani avverte il freddo. L’aria fredda del corridoio dove avviene il controllo. Le parole di ghiaccio delle due agenti della polizia penitenziaria che le si parano davanti: «Dottoressa, si cali le mutande». Le mutande no. I pantaloni già abbassati al ginocchio. Il maglioncino alzato. Il reggiseno slacciato. Eppure gli stivali ancora ai piedi. “Perché lì non ci vogliono guardare?”,il primo pensiero.

Cristiana Sani, 30 enne carrarese
Cristiana Sani, 30 enne carrarese

Di solito ai concorsi pubblici ti fanno togliere subito le scarpe per vedere se nascondi biglietti e risposte pre-confezionate. A Roma, al concorso per entrare in magistratura no. Ti vogliono ispezionare le mutande. Sembra soltanto alle donne. Segnalazioni di “perquisizioni” simili subite da candidati uomini non ce ne sono ancora state. È (anche) per questo che ora vuole andare per vie legali Cristiana Sani, 30 anni, laurea in giurisprudenza a Pisa, attività di volontariato nel centro anti-violenza “Dune” di Carrara.

ESPOSTO ALLA PROCURA

Le avvocate del centro anti-violenza di Carrara la assisteranno in questo percorso. L’esposto verrà presentato alla Procura di Roma. E ai magistrati viene lasciata la valutazione dell’aspetto penale viene lasciato alla magistratura. La formulazione di possibili reati: l’abuso d’ufficio (eventuale), la perquisizione non autorizzata. L’esposto sarà notificato pure al ministero della Giustizia, visto che appartengono alla polizia penitenziaria le due agenti che hanno chiesto a Cristiana di denudarsi.

ABUSO DI DIVISA

Al di là dell’aspetto penale della vicenda, per Lella Palladino, presidente di D.i. Re - la rete nazionale dei centri anti-violenza - siamo in presenza di un caso di violenza: «Usare il potere della divisa per umiliare una donna è violenza», scrive sulla bacheca Facebook di Cristiana. E definisce «inqualificabile il comportamento delle forze dell’ordine: quello che ha vissuto Cristiana, costretta a denudarsi e a subire una perquisizione eccessiva, imposta quasi come una ritorsione è la dimostrazione di come è facile abusare del proprio potere, facendo leva sul corpo di una donna, violando la sua intimità, brutalizzandola verbalmente». Da qui il sollecito all’intervento immediato del ministro della giustizia, Andrea Orlando. Al quale si appella anche la senatrice di Liberi e Uguali Cecilia Guerra, ex vice ministro alle Pari Opportunità nel governo Letta.

VI SCALDIAMO NOI

In effetti il racconto pubblicato da Cristiana Sani sulla propria bacheca FB è grave. Il post compare venerdì 26 gennaio. Di sera. Il concorso è appena finito. Si trova ancora a Roma, nell’appartamento affittato per l’esame. Si sta preparando a ripartire, il giorno dopo. Le ultime ore non se ne vanno. Le ore della terza prova. Fino a quella mattina è andato bene. I primi due giorni i candidati sono stati sottoposti ai controlli ordinari: nello stanzone della selezione il cibo entra nelle buste trasparenti, in modo da non nascondere fogli; in bagno ci si va “a chiamata”, quando annunciano il numero del tuo settore.

Venerdì qualche cosa va storto. Cristiana è in fila per la toilette. «Arrivano alcuni agenti di polizia penitenziaria e invitano alcune ragazze dietro di me ad andare ai bagni esterni. Ma - è la testimonianza di Cristiana riportata in un comunicato dell’associazione Ar.Pa, Raggiungimento Pari opportunità - le colleghe dietro di me si rifiutano perché, dopo venti minuti di attesa, era quasi il loro turno. Spostandosi avrebbero dovuto fare un’altra fila e avrebbero perso tempo prezioso per la prova scritta». A quel punto -prosegue il racconto riportato da Ar.pa- gli agenti di polizia penitenziaria «dopo alcune frasi del tipo “Vi faccio passare dei guai”, vanno a chiamare due colleghe che commentano: “Non vogliono andare fuori perché hanno freddo? Lasciatele stare qui che le riscaldiamo noi”».

NON SUCCEDE SOLO A ME

A quel punto sarebbero iniziate le perquisizioni. E Ar.pa riporta nel comunicato, l’esperienza di Cristiana: «Esce una ragazza da bagno piangendo. Tocca a me. Mi mettono in un angolo. Non nel bagno, ma nel corridoio, con loro due davanti a farmi da paravento per la perquisizione». Si tratta -scrive la stessa Cristiana -di una decisione presa «senza alcun indizio e indistintamente»: un controllo a casaccio sulle candidate, senza prove che fra le laureate ci fosse qualcuna sospettata di copiare al concorso. «Non mi mettono le mani addosso. Mi fanno tirare su maglietta e canotta - prosegue il racconto nel comunicato di Ar.Pa- davanti e dietro. Mi fanno slacciare il reggiseno. Poi giù i pantaloni. E quindi le mutande. Io le ho tirate giù di mezzo millimetro. A quel punto mi hanno detto: “Dottoressa avanti. Si cali le mutande. Ancora più giù. Cos’è ha il ciclo? Non vuole? Questo è quello che è accaduto a me e ad altre colleghe. E si chiama violenza».

LA PERQUISIZIONE

Tanto più che una perquisizione del genere, di solito, è attuata «sugli spacciatori», fanno presente le candidate. «Ma dove pensavano che nascondessimo gli eventuali foglietti da copiare?». La risposta resta sospesa. Come la vergogna.

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