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Moby Prince, l'unico superstite: "Mai detto che a bordo erano tutti morti"

L’unico superstite della strage dell'apile del 1991 contesta gli atti dell’indagine: «Non mi facevano rileggere i miei verbali»

LIVORNO. Giura «con forza» di non aver mai detto a nessuno – soccorritori e magistrati – che a bordo «erano tutti morti». Anzi, ricorda di aver pregato i due ormeggiatori che lo hanno salvato alle 23.42 dell’11 aprile 1991, dopo essersi buttato in mare dalla poppa del Moby Prince: «Non ci muoviamo da qua, vediamo se c’è altra gente, perché come ce l’ho fatta io ce la possono fare pure gli altri». E di averlo ripetuto invano, urlando, anche arrivato in porto, intorno a mezzanotte: «Io sto bene, andate a salvare la gente». Ecco perché ancora oggi, a 27 anni dalla tragedia, è convinto che se «fossero arrivati i soccorsi si potevano salvare pure loro...».

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Alessio Bertrand, unico sopravvissuto nella notte più nera della marineria italiana, conferma la sua versione almeno quattro volte nell’audizione dissecretata nei giorni scorsi con la commissione d’inchiesta parlamentare che per due anni ha cercato di ricostruire l’incidente da 140 morti avvenuto nella rada di Livorno tra l’Agip Abruzzo e il traghetto della Navarma.

Eppure nelle comunicazioni ufficiali di quella notte tra ormeggiatori e Capitaneria e poi negli atti dell’inchiesta, di queste dichiarazioni di speranza e rabbia non c’è traccia. Anzi, proprio una frase di Bertrand – «Quando mi sono buttato erano tutti morti» – ha avuto due conseguenze: l’interruzione immediata dei soccorsi al traghetto e poi una pietra tombale sull’inchiesta penale, assolvendo, di fatto, la macchina dei soccorritori.

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Dentro il Moby, le immagini dei soccorritori A vent'anni dalla tragedia il Tirreno pubblica in esclusiva le immagini girate dai Vigili del Fuoco dentro il Moby Prince poco dopo il disastro. Le riprese e le diapositive dei soccorritori e lo scenario infernale che si trovarono di fronte nel traghetto della morte.


Ma il mozzo che da appena un mese lavorava sul Moby e ora vive con una pensione di 3mila
euro al mese, durante il colloquio avvenuto alla Prefettura di Napoli il 6 dicembre 2016 davanti al presidente della commissione parlamentare di inchiesta Silvio Lai, alle senatrici Sara Paglini (che ieri ha pubblicato su Facebook il testo integrale) e Maria Mussini, al consulente Fabio Scavone e al segretario Andrea Fedeli, rilascia pure un’altra dichiarazione che, se confermata, sarebbe gravissima: «Alla fine degli interrogatori non mi facevano rileggere i verbali (prima di firmarli). E nessuno me li ha mai consegnati».

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Due i verbali contestati: uno del 15 aprile 1991 con il magistrato che seguiva l’inchiesta e uno del 30 settembre 1991 in cui in un italiano – secondo la commissione troppo forbito – salta fuori la stessa frase: «Quando mi sono buttato giù ero convinto che erano tutti morti».

Ma nelle nove pagine dell’audizione protocollata il 7 febbraio 2017 e durata circa due ore, c’è anche molto altro: la normalità dei momenti che hanno preceduto l’impatto avvenuto intorno alle 22,25 con la petroliera ormeggiata in rada, la paura, la ricerca della salvezza in mezzo al fumo passando su almeno due cadaveri, fino a non sapere se si è ancora vivi o già morti.

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«Dopo aver portato i panini in plancia di comando» dove c’erano il comandante Ugo Chessa, il primo ufficiale Giuseppe Sciacca e il timoniere Aniello Padula – racconta Bertrand – sono andato nella saletta tv per vedere il finale della partita Juventus Barcellona». È in concomitanza con il terzo gol del Barça che a bordo si sente un forte rumore e la ventina di persone nella saletta vengono scaraventate sulla paratia di fronte. Dopo la collisione il panico. «Sono andato giù, raggiungendo l’autorimessa, poi sono risalito nella zona delle cabine e poi a poppa». È qui che ricorda di aver incontrato lo zio, Gerardo Giua, «mi ha detto di non buttarmi in mare perché le eliche sono in funzione». Ma è l’incontro con il timoniere Padula che mette, invece, dubbi sull’assenza di nebbia, uno degli elementi su cui si basa la relazione finale della commissione. «Mi disse che c’era nebbia ed eravamo finiti addosso a un’altra nave, ma io non la vidi».

VIDEO. Il "vaffa" di Rispoli in commissione

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Gli ultimi passaggi della testimonianza – fatta pure di contraddizioni – sono i più drammatici: a bordo c’è fumo e si vedono le fiamme, il sistema antincendio non funziona e Bertrand si trova a poppa con due colleghi, Massa e D’Antonio, con cui si bagna con l’acqua della manichetta. Entrambi morirono poco dopo. Lui si è salvato, ma non ha dimenticato.

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IL MOZZO SOPRAVVISUTO: "MI SALVAI CAMMINANDO SUI CADAVERI"di Antonio Valentini

LO SPECIALE SUL MOBY PRINCE

LA RELAZIONE INTEGRALE DELLA COMMISSIONE D'INCHIESTA
 

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