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Moby Prince: «Io e mio fratello cresciuti senza un padre»

Antonio Sini aveva 42 anni, la figlia Francesca racconta quei giorni: «Ci manca, ora spero nella giustizia e nei radar...»

LIVORNO. Ad ogni battito di ciglia un flash, un’immagine, un ricordo, una scena: e mentre il treno dei 140 lascia la Capitale, ormai avvolta dalla sera, rivivi le lunghe attese e le forti emozioni in Senato e a Palazzo Giustiniani; e ripensi agli abbracci e ai pianti liberatori di questi amici fiaccati dalle emozioni che, finalmente, sono usciti dal “carcere delle menzogne” e adesso assaporano la dolce “libertà della verità”, dopo aver trascorso ventisette anni a battere i pugni alla “porta della giustizia”.

VIDEO. Dentro il Moby, le immagini dei soccorritori

Dentro il Moby, le immagini dei soccorritori A vent'anni dalla tragedia il Tirreno pubblica in esclusiva le immagini girate dai Vigili del Fuoco dentro il Moby Prince poco dopo il disastro. Le riprese e le diapositive dei soccorritori e lo scenario infernale che si trovarono di fronte nel traghetto della morte.


MEMORIA E PAURA. «Vuoi sapere contro chi lotto dal 10 aprile del 1991? Lotto con la memoria, combatto ogni giorno, da quel giorno maledetto in cui avevo sette anni, con la terribile paura che dentro di me si affievolisca il ricordo di mio padre, sfumino i toni della sua voce di quando rientrava dall’Accademia canticchiando e io gli correvo incontro sulle scale…». Francesca Sini, 34 anni, ingegnere gestionale da poco assunta alla Prysmian, dopo tanti stage, ha modi gentili e due occhi grandi, profondi. Una mano nella mano del marito, Massimiliano Fiore, 36, project manager, sempre lo sguardo protettivo su sua madre Stefania, 68 («troppe emozioni, non sta bene…») seduta sui sedili alla nostra sinistra in questo vagone dove s’intrecciano storie e ricordi che affondano le radici nel dolore.

IL FILMINO. Spalanca il cuore questa ragazza diventata donna prima del tempo. «Quando mi sembra che babbo si allontani nella memoria vado in salotto e insieme a Massi me lo guardo in un filmino che abbiamo digitalizzato, sono l’unica in famiglia che riesce a vederlo. Mamma e mio fratello Giacomo non hanno la forza e li capisco…». Antonio Sini aveva 42 anni quando salì sul Moby Prince per raggiungere la Sardegna perché suo padre stava male. Era ingegnere, ufficiale in Accademia, capitano di vascello e insegnante degli Allievi. «Mamma avrebbe voluto che prendesse l’aereo, ma lui amava il mare…».

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VITA STRAVOLTA. «Quando mio padre partì, io e mio fratello che aveva due anni e mezzo, dormimmo nel lettone con mamma, una notte felice e spensierata senza sapere che in quelle ore la nostra vita era cambiata, stravolta e che niente sarebbe stato più come prima. Il giorno dopo a scuola vennero a prendermi due amiche di mamma –c ontinua – io capii tutto senza che dicessero niente, poi alla televisione vidi scorrere le immagini di una nave in fiamme, cambiarono subito canale, ma fu una conferma. Il 10 e l’11 aprile 1991 li ho tatuati sull’anima, poi tanto buio e dolore».

“AI COLPEVOLI DICO…”. La dolcezza di Francesca si attenua, i suoi lineamenti s’irrigidiscono. «Ai colpevoli di questa tragedia, quelli che da anni vengono protetti e si nascondono e magari mostrano anche tracotanza perché sanno di avere le spalle coperte dal sistema, mando a dire questo: “Ho passato la vita a vedere le mie amiche che avevano una famiglia felice, che uscivano da scuola per la mano al padre. Che festeggiavano i compleanni, andavano in vacanza; che aspettavano il Natale. Invece noi, io mia mamma e mio fratello, come tutti coloro che avevano qualcuno sul traghetto, non sappiamo cosa significhi sedersi a tavola felici”».

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I PIANTI DI GIACOMO. E dico di più: «Ho 34 anni e mi sembra di averne molti di più, non so cos’è la spensieratezza, non ho vissuto la gioventù come le mie amiche. Ho fatto anche da mamma a mio fratello, quando mamma era al lavoro. Nelle orecchie ho ancora il pianto e la rabbia di Giacomo che diceva “babbo è cattivo, ci ha abbandonato, sennò tornerebbe… E che quando uscivamo e vedeva un uomo in divisa gli correva incontro e lo chiamava “babbo! ”». E mamma Stefania accarezza Francesca: «È vero, è una figlia e una donna stupenda. E poi ha sofferto senza mai farlo pesare. Mi ha sostenuto tanto, continua a farlo… Nel 1991 in sei mesi oltre a mio marito perdemmo mio padre e il padre di Antonio, restammo soli».

INGEGNERE PER BABBO. Anche Stefania, ex insegnante elementare e poi impiegata alla biblioteca Pistelli, apre un cassetto in fondo al suo cuore. «Francesca era attaccatissima al padre, imparava tutto ciò che faceva lui. Un giorno mio marito mi disse: “Peccato, Francesca non potrà fare l’ingegnere come me…”. Perché erano altri anni, temeva che la ragazza non potesse farcela. Invece Francesca, nel ricordo di suo padre, ha preso la laurea in ingegneria per farlo felice da lassù…».

QUANTO RAMMARICO. Francesca annuisce, poi sbotta: «Vedi, e lo grido a tutti quelli che non hanno voluto darci giustizia, convivo ogni giorno con il rammarico che mio padre non ha potuto vedere cosa siamo diventati io e mio fratello Giacomo, 29 anni, laureato pure lui, un fotoreporter che racconta drammi delle guerre in giro per il mondo nell’ottica degli innocenti e dei perseguitati, in missioni pericolosissime e lavora per giornali inglesi, francesi, svizzeri e del nord Europa. E mi sarebbe piaciuto tanto ascoltare i suoi consigli i suoi rimproveri, perché babbo era anche severo, ricordo insisteva molto sull’inglese che mi risultava difficile e si arrabbiava se mi sorprendeva a guardare i cartoni animati giapponesi. Dunque quei signori sappiano di cosa sono responsabili e le tragedie che hanno causato”.

I RADAR E IL TERRORE. Francesca spera in un nuovo processo dopo le conclusioni a cui è arrivata la Commissione parlamentare ( “che mi ha ridato fiducia nella politica”) e non si è ancora rassegnata su un punto. «Sì, quello dei tracciati radar di quella sera. So che esistono, ne sono sicura e chi ne è in possesso se volesse darebbe una svolta alla vicenda donandoci un briciolo di serenità. Il traghetto? Mai più preso, se non una volta, ma con percorrenza diurna. E non di quella compagnia che prese mio padre, dell’altra...».

Sono le 21, arrivati, si scende. I saluti, gli abbracci. «La mancanza è la più grande presenza che si possa sentire»: è la frase cara a Francesca (e a suo marito Massimiliano).


 

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