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Moby Prince, la commissione d'inchiesta: «Soccorsi inadeguati e inchiesta superficiale» - Video

La commissione d’inchiesta, che ha presentato la relazione finale alle famiglie delle vittime, critica soprattutto gli aiuti nella notte della tragedia ma anche le omissioni da parte di alcuni protagonisti durante le audizioni

Moby Prince: le 6 nuove verità dalla Commissione d'inchiesta Gli atti della commissione d'inchiesta sulla tragedia del Moby Prince (Livorno, 10 aprile 1991) forniscono una ricostruzione storica più vicina alla realtà. Ecco le principali novità accertate, presentate ufficialmente ai familiari delle vittima nella mattina di mercoledì 24 gennaio (video a cura di Andrea Rocchi) - IL NOSTRO SPECIALE

VIDEO. LE SEI NUOVE VERITA'

(al termine dell'articolo la relazione integrale della commissione d'inchiesta)

LIVORNO. Strumentazioni inadeguate, con un solo radar in possesso della stazione dei piloti, zero formazione in caso di incidenti in mare, soccorsi improvvisati e non coordinati dalla Capitaneria, un’inchiesta giudiziaria – la prima – frettolosa, dove emergono pure conflitti di interesse. E a distanza di 27 anni omissioni da parte dei protagonisti che durante le audizioni hanno reso dichiarazioni «convergenti nel negare evidenze in atti a loro attribuiti o fornito versioni inverosimili degli eventi».

È un quadro durissimo nei confronti delle autorità livornesi e degli addetti ai lavori quello che emerge nella relazione finale della commissione d’inchiesta parlamentare sulla tragedia del Moby Prince avvenuta la notte del 10 aprile del 1991 provocando la morte di 140 persone. Relazione presentata mercoledì 24 ai familiari delle 140 vittime della strage.

LA STRUMENTAZIONE

 Uno dei dati che emerge dalla commissione presieduta da Silvio Lai racconta come dalla Capitaneria di porto, dopo la collisione tra il traghetto Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo, «non siano partiti ordini precisi per chiarire l’entità e la dinamica dell’evento e per ricercare la seconda imbarcazione (il Moby)».

Si aggiunge – scrivono nella bozza finale – un ulteriore dato: nel corso dell’audizione del pilota Savarese, la commissione ha appreso che nella la stazione dei piloti del porto c’era un radar, dispositivo allora non disponibile nella sala operativa della Capitaneria. Di quel radar – si domandano – sapevano in Capitaneria?». E ancora: «Era un’apparecchiatura utile per monitorare l’area della tragedia e o serviva solo per il servizio piloti e risultava inutile per i soccorsi? In quale misura fu coinvolta la stazione di Livorno Radio o la torre di avvistamento dell’Avvisatore marittimo quella notte? Si tratta – scrivono – di una torre che si staglia sul mare alta sul mare con una visuale veramente eccezionale, priva di ogni ostacolo».

Una premessa necessaria poiché, come risulta agli atti della commissione, alle 23,30 – dunque un’ora dopo la collisione – la motovedetta della Capitaneria, comunicò a terra di aver raggiunto la petroliera aggiungendo al contempo «di aver appreso che la bettolina non correva rischi». Il risultato di questa inadeguatezza, secondo la commissione, potrebbe essere stato fatale ad alcuni passeggeri e membri dell’equipaggio, sopravvissuti a bordo del traghetto più a lungo rispetto ai trenta minuti che i periti hanno stabilito durante le inchiesta giudiziarie.

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I SOCCORSI

«Non fu avviata – si legge – nessuna attività finalizzata alla ricerca del secondo mezzo coinvolto nell’incidente e neppure di mettersi in contatto radio con i mezzi recenti usciti dal porto. Inoltre, anche quando, con incredibile ritardo, ci si imbattè nel traghetto incendiato, non risultano tentativi di spegnere a bordo e tantomeno di prestare soccorso ai passeggeri del traghetto».

Lo stupore dei membri della commissione emerge nel passaggio successivo. «Il contesto emerso, determinato forse dalla convinzione che la nave investitrice fosse una bettolina e non una nave passeggeri, desta sconcerto anche in considerazione del fatto che diversi elementi, fra i quali il posizionamento dei corpi nel traghetto, evidenzia che il comando della nave avesse predisposto un vero e proprio piano di emergenza con la raccolta dei passeggeri nel salone De Luxe in attesa che arrivassero i soccorsi». Appare grave – sottolineano – come anche all’epoca dei fatti non fossero previste attività periodiche di formazione e addestramento tali da consentire al personale militare e civile di affrontare avvenimenti di tale portata».

VIDEO. PARLA IL FIGLIO DEL COMANDANTE: "SPERIAMO IN NUOVO PROCESSO, NON A  LIVORNO"

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La riflessione finale è sconcertante. «La disamina degli atti porta a una univoca conclusione: la Capitaneria di Livorno, tanto nella fase iniziale dei soccorsi quanto nel momento in cui assunse la direzione delle operazioni il comandante Albanese, non ha valutato l’effettiva gravità della situazione con specifico riferimento al coinvolgimento di una nave traghetto, sia perché non sono stati resi disponibili dati utili all’identificazione del traghetto sia per l’incapacità di valutare la situazione, così determinando un’impostazione delle operazioni di soccorso unicamente volte verso la petroliera».

A distanza di 28 anni la commissione non riesce a dare tutte le risposte. «Non è dato comprendere come e per quali motivi il comando della Capitaneria non sia riuscito a correlare l’avvenuta partenza di un’unica nave dal porto con la collisione, né a richiedere informazioni al personale presente sulla torre degli Avvisatori. È di palmare evidenza che se ciò fosse stato fatto si sarebbe tempestivamente apprezzato che l’altro natante coinvolto nella collisione era il Moby Prince».

Ecco perché la stessa commissione ritiene che l’autorità marittima «avrebbe – vista la situazione – dovuto valutare la possibilità di un intervento dei mezzi dipendenti dell’alto Comando periferico della Marina», invece – ripetono – «durante le prime ore cruciali, prima e dopo il ritrovamento del traghetto, la Capitaneria appare del tutto incapace di coordinare l’azione di soccorso verso il Moby Price».

OMBRE SULL’INCHIESTA

 Tutto l’impianto della sentenza di assoluzione in primo grado sulla tragedia del Moby Prince – ricorda la commissione – «è retto dalla convinzione secondo la quale, in un lasso di tempo breve (non più di 30 minuti) nel traghetto, passeggeri e ed equipaggio fossero tutti morti».

Al contrario «Alessio Bertrand (unico a salvarsi) sopravvisse mentre il traghetto era in fiamme, oltre un’ora dopo il mayday». Inoltre la stragrande maggioranza delle vittime furono trovate nel salone De Luxe predisposto per resistere al fuoco. «Queste vittime – è il responso – furono trovati con tassi di carbossiemoglobina molto diversi da loro, indossavano il salvagente e avevano con sé i bagagli». Dunque questi elementi «non appaiono compatibili con una disorganizzazione interna al Moby Prince successiva all’impatto, né con l’ipotesi di una morte rapida e quasi contestuale di tutte le vittime». E allora perché ci sarebbe stato, in fase di indagine un travisamento così importante della realtà?

La risposta della commissione getta diverse ombre. «Innanzitutto si segnala che l’inchiesta sommaria attraverso la quale venne cristallizzato l’impianto accusatorio del procedimento penale di primo grado fu affidata alla Capitaneria, quindi a un ente direttamente coinvolto». Il documento è firmato da quattro ufficiali ma solo uno, il presidente della commissione Raimondo Pollastrini, «fu estraneo agli accadimenti tra il 10 e l’11 aprile 1991».

Dall’inchiesta sommaria – consegnata 20 giorni dopo l’evento – «emerge un quadro di informazioni che viene trasferito senza ulteriori variazioni sostanziali negli atti successivi: posizione e movimento del banco di nebbia, rotta e velocità del traghetto, responsabilità del personale di guardia del traghetto» per non aver visto la petroliera.

VIDEO. LORIS RISPOLI: "ORA LA PROCURA RIAPRA L'INCHIESTA"

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Questi che dovevano essere orientamenti da approfondire «hanno orientato l’attività di indagine e condizionato l’esito dei procedimenti che sono seguiti negli anni, suscitando valutazioni critiche della Corte d’Appello». Lo stesso magistrato che ha guidato la fase iniziale dell’inchiesta, Luigi De Franco, ha raccontato alla commissione di aver parlato con l’allora procuratore capo chiedendogli il supporto di un collega per essere sollevato dal lavoro ordinario. Cosa che avvenne per sole due settimane.

«Questo dato – osserva la commissione – e la limitatezza di mezzi di una piccola procura sono all’origine di molte delle difficoltà nelle indagini, ovvero di una forte sensibilità alle enormi pressioni di cui sembra essere stata oggetto, sia in termini diretti, dai familiari delle vittime, sia in termini ambientali. Pressioni che sono state in parte governate ma che restano evidenti e infine probabilmente determinati nella scelta, tutta personale, (il riferimento è al magistrato) di non celebrare il processo dopo aver iniziato e concluso le indagini accettando il trasferimento alla procura al tribunale del lavoro)». È questo il percorso che induce la commissione a sostenere come «le modalità di indagine abbiano condizionato in maniera determinate la possibilità di fare luce su alcune ipotesi, a partire dalla inadeguatezza dei soccorsi».

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