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Moby Prince, Cristina e il primo giorno di lavoro sul traghetto sbagliato

La hostess doveva salire su un'altra nave, ma le fu cambiata la nave. Il padre Enzo per la prima volta trova la forza di raccontare la morte di sua figlia: "Quella sera l'accompagnai io al porto". E mercoledì 24 saranno presentati i risultati dell'indagine della Commissione d'inchiesta

Mercoledì 24 gennaio alle 15 la Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause del disastro del traghetto Moby Prince , presieduta dal senatore Silvio Lai, presenterà la relazione finale sul lavoro svolto a partire dal dicembre del 2015. Saranno presenti i rappresentanti delle associazioni dei familiari delle vittime. Un grande lavoro di indagine e di approfondimento, al termine del quale è stato possibile ricostruire quanto avvenne quella sera di 27 anni fa nella rada di Livorno. Qui il giornalista Sandro Lulli racconta la struggente storia di Cristina, una delle vittime della strage. 

Dentro il Moby, le immagini dei soccorritori A vent'anni dalla tragedia il Tirreno pubblica in esclusiva le immagini girate dai Vigili del Fuoco dentro il Moby Prince poco dopo il disastro. Le riprese e le diapositive dei soccorritori e lo scenario infernale che si trovarono di fronte nel traghetto della morte.

(VIDEO. Dentro il Moby, le immagini dei soccorritori)

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LIVORNO. Qui tutto parla di lei. Di una bella ragazza alta, sportiva, che sognava di diventare avvocato ed era iscritta a Giurisprudenza da due anni, ma voleva pagarsi gli studi lavorando. Nel salotto fotografie sui mobili, sulla grande libreria, sul tavolo e sulle mensole. E sulla parete spicca un bellissimo ritratto di Marc Sardelli, che l’ha raffigurata con una rosa rossa sul cuore; alle sue spalle il mare increspato: quasi il segno del destino.

Nell’appartamento ordinato e lindo e ben arredato al quarto piano di via Sgarallino la vita s’è fermata il giorno in cui la “bimba”, allora ventiduenne, uscì di casa orgogliosa della sua divisa blu da hostess, accompagnata al porto da babbo Enzo, dove l’aspettava la Moby Prince: sarebbe stato il suo primo viaggio a bordo, diretta a Olbia.

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In realtà sino a due giorni prima sapeva che il suo debutto col mare sarebbe avvenuto sulla Moby Love, servizio per la Corsica. Invece la defezione di una collega, poche ora prima del viaggio, fece sì che le cambiassero destinazione. «Che vuoi che sia», commentò Cristina. «Anzi, meglio, sarò insieme a Priscilla Giardini e Liana Rispoli, le mie amiche…».

«Eh sì, è andata proprio così...», sussurra Enzo, mettendosi le mani sulla fronte. «E guarda - mi dice fissandomi -, questa è la prima volta che trovo la forza di raccontarlo. In quei giorni credevo d’impazzire. Quando mi mandarono in pensione perché avevo già quarant’anni di servizio chiesi e ottenni di continuare la mia professione di amministratore contabile in un grande magazzino di vestiario perché in mente avevo brutti pensieri, non so cosa avrei potuto combinare sapendo che Cristina e tutti gli altri potevano essere salvati. E così mi feci altri 12 anni di lavoro…».

VIDEO. Le 6 novità dlela Commissione d'inchiesta

Moby Prince: le 6 nuove verità dalla Commissione d'inchiesta Gli atti della commissione d'inchiesta sulla tragedia del Moby Prince (Livorno, 10 aprile 1991) forniscono una ricostruzione storica più vicina alla realtà. Ecco le principali novità accertate, presentate ufficialmente ai familiari delle vittima nella mattina di mercoledì 24 gennaio (video a cura di Andrea Rocchi) - IL NOSTRO SPECIALE


Accanto a Enzo c’è Elsa, sua moglie, 89 anni anche lei: segue i nostri discorsi e ogni tanto scuote la testa, poi commenta: «Di ciò che hanno fatto non si sono neppure vergognati, ma come fanno a vivere?». Enzo mi spiega: «Mia moglie dal giorno del riconoscimento non ha più voluto sapere più niente dell’inchiesta, ha trovato conforto nella fede cristiana, prega, legge la Bibbia, studia la vita di padre Pio. Le ho fatto visitare le chiese di mezza Europa». Elsa lo guarda: «In questi giorni vorrei fare la comunione…». Enzo la rassicura: «Tranquilla, domenica ti porto».

Restò scioccato anche Luca, 60 anni, l’altro figlio - ex direttore di macchine su una petroliera - che al porto il giorno dopo la tragedia perse le staffe e ce ne volle per riportarlo alla calma. «Un ragazzo d’oro - sottolinea Enzo - ho sempre dovuto tenerlo a freno. Eppoi ha moglie e un figlio, non poteva rovinarsi…».



Enzo Farnesi racconta e spiega, mentre Cristina ci guarda da ogni lato, da ogni posizione: ora sorridente, ora accigliata, ora con i capelli corti, ora lunghi; quando era al mare o in montagna o mentre gioca a tennis. E anche quando radiosa fissa il suo fidanzato, un bel ragazzo pugliese, di Lecce, che studiava agraria a Pisa e dopo il 10 aprile 1991 lasciò gli studi, abbandonò sogni e progetti.

Sospira Enzo. «Alle sette di mattina dell’11 aprile fu mio figlio Luca a chiamarmi. Mi disse: “Babbo ma Cristina è a casa?”. Perché anche lui sapeva che non doveva essere sulla Moby Prince. Non so come feci a restare in piedi…».

Tre giorni dopo andò Enzo al riconoscimento. «Era stata trovata anche lei nel salone De Luxe, quello costruito per reggere le fiamme per molte ore, ma lì _ alza la voce _ce li lasciarono per tutta la notte!».

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Cristina venne riconosciuta soprattutto per gli effetti personali: Elsa porta una scatola. E tira fuori un paio di grandi orecchini e un bracciale entrambi di metallo anneriti. Poi un bottone della divisa e l’orologio. «Gli piaceva questo - dice Enzo -, è russo, in dotazione all’Armata Rossa, vedi la stella rossa. Ha resistito alle fiamme…». Poi il mistero. Un braccialettino verde di quelli di corda intrecciata che vendevano tanti anni fa i primi migranti, che dicevano portassero fortuna. Li mettevi e non li toglievi più sino a che non si spezzavano da soli. «Vedi, è intatto, non so come le fiamme non lo abbiano incenerito, nessuno sa spiegarlo…».

Enzo mercoledì 22 non andrà a Roma ad ascoltare la relazione della Commissione parlamentare. «Con Loris sono andato dappertutto ma ora con le stampelle è una sofferenza muovermi. A Loris Rispoli tutti noi parenti delle 140 vittime dobbiamo tanto, tantissimo. E forse ci siamo, la verità è vicina: ci piacerebbe lasciare questo mondo sapendo perché e per colpa di chi è morta nostra figlia». Resteranno qui, Enzo e Elsa, col cuore in gola ad aspettare giustizia. E a guardare Cristina.

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