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Strage del Moby, «In mezzo ai corpi bruciati capii che volevo la verità»

Livorno, dopo quasi 10mila giorni dal disastro,  i ricordi e le battaglie del “Comitato 140”. Parla Loris Rispoli:  «Il momento più doloroso quando l’accusa chiese le assoluzioni per gli imputati»

Non so per quale motivo però certe tragedie le percepisci, le avverti, ti crescono dentro. Sai, ho ancora nel naso quell’odore acre di bruciato che avvolse la città, e negli occhi la fotografia del cielo rossastro in direzione del mare. Io lo vedevo dalla stazione, dal mio posto di lavoro alle Poste». E, purtroppo, quella percezione di Loris Rispoli era drammaticamente vera perché a due miglia dal porto di Livorno si stava consumando la più grande tragedia della marineria italiana. La Moby Prince, alle 22,25, aveva speronato la petroliera Agip Abruzzo, alla fonda in rada.

«Nessuno – dice – ci avvisò di ciò che stava accadendo. Non ci furono telefonate, né da parte della Navarma, né da parte di altre autorità. Qualche ora dopo mi capitò tra le mani la prima edizione de Il Tirreno e mi si gelò il sangue. Scappai prima a casa mia, poi dai miei genitori e li buttai giù dal letto nel cuore della notte…».

Suo padre Pasquale, una vita sui rimorchiatori della ditta Neri e da poco in pensione e sua madre Eda, casalinga, fissavano Loris con lo sguardo atterrito.

«E io non sapevo più cosa dire, come far capire che, forse, per mia sorella Liana, 29 anni, che da poco lavorava a bordo della Moby Prince, non c’erano più speranze. In preda alla disperazione, tutti assieme, ci precipitammo all’Andana degli Anelli…».

Per la famiglia Rispoli e per altre 139 famiglie quella notte finì una vita e ne cominciò un’altra, lastricata di dolore. E dal 10 aprile 1991 al prossimo 24 gennaio, data in cui al Senato la Commissione parlamentare presenterà la sua verità sulle cause della strage, saranno trascorsi 9776 giorni. E sarà mercoledì, come quella maledetta notte…

«Già, un vero e proprio segno del destino. Tutto iniziò di mercoledì e spero che nello stesso giorno si chiuda un cerchio dopo tanto lottare, battagliare, soffrire. Sarebbe una svolta epocale, il primo caso in cui una commissione politica si sostituisce alla magistratura per ripristinare la verità su un disastro e raggiunge l’obiettivo».

Venerdì 13 aprile 1991: giorno dei riconoscimenti delle salme. Centinaia di persone in fila fuori del capannone, 1300 metri quadrati: qui, due anni prima, erano stati bonificati i fusti dei veleni sequestrati alla nave Karin B. Ora, invece, sotto il tendone, una distesa di corpi, tra sacchi verdi e lenzuola candide.

«Andai io a cercare Liana perché i miei non se la sentirono. Poco prima un uomo privo di sensibilità fece svenire alcune persone accanto a me perché disse: “Saranno riconoscimenti difficili, dovrete analizzare anche i denti, vi troverete di fronte a pezzi arrosto…”. Invece Liana la riconobbi subito, notai i suoi capelli biondi, aveva ancora indosso l’uniforme blu, gonna e giacca e i suoi effetti personali. Era morta abbracciando i coniugi Guizzo per farsi coraggio, mentre speravano ancora che arrivassero i soccorsi…».

Loris si blocca. Si liscia i baffi bianchi. Spalanca gli occhi espressivi e mi fissa.

«È lì, in quel capannone Karin B, che è scattata la molla: volevo la verità. Avevo perso una sorella straordinaria: bella, solare, affettuosa, bravissima nella pallavolo. Che avrebbe fatto felici i miei genitori con dei nipoti e anche me che sarei diventato zio. Però io da quel momento ho messo Liana alla stessa stregua delle altre 139 vittime, dopo aver sentito il pianto disperato di quelle persone. Ed è allora che per me non c’è più stata solo la famiglia Rispoli ma una famiglia unica, composta dal dolore delle 140 vittime».

E così nasce il “Comitato 140” da lei presieduto e quello “10 aprile” presieduto da Luchino Chessa, uno dei due fratelli (l’altro è Angelo) figli di Ugo Chessa, comandante della Moby Prince, deceduto a bordo assieme alla moglie.

«La bussola che mi ha guidato in questi 27 anni è stata la voglia di giustizia e di verità e di mantenere viva la memoria che appunto mi scattò dinanzi ai 140 corpi allineati nel capannone. E non ho mai allentato la presa. Una lotta giornaliera, quasi di ora in ora, con una ferita dentro che non si è mai rimarginata, per me come per tutti gli altri…».

Una ferita sempre più profonda, specialmente dopo il processo che in primo grado, il 31 ottobre 1997, si concluse senza condanne.

«Prima erano morti i nostri cari, mentre alla lettura del dispositivo di sentenza morimmo noi, perché davvero ci sentimmo calpestati e privati dei nostri diritti».

Vi sentiste anche soli, abbandonati…

«Sì, forse quello è stato il momento più brutto e doloroso. Io credo che in un processo normale uno si aspetti che un pubblico ministero eserciti la pubblica accusa, invece nel nostro processo il Pm concluse chiedendo l’assoluzione degli imputati. E allora sentimmo salire dalla rabbia, avvertimmo un senso di impotenza».

Rabbia che provavate anche dinanzi a certe testimonianze…

«È stata dura vedere e sentire raccontare menzogne nelle aule dei tribunali e sapere che proprio quelle persone che mentivano venivano considerate testi importanti. E allora sì che la rabbia ti esplodeva dentro».

E in quei giorni del processo cos’altro vi deluse?

«In Italia, nei processi per stragi, ho sempre visto aule di tribunali stracolme. A Livorno invece era sempre vuota e faceva male. Rilasciai anche un appello, affinché alla lettura della sentenza fossero presenti istituzioni, autorità e cittadini, ma fu inascoltato. Aula deserta, oltre a noi qualche giornalista, l’allora segretario di Rifondazione Comunista e i rappresentanti della Società Volontaria Soccorso».

Invece spesso lontano da Livorno avete riscosso maggiore solidarietà e vicinanza.

«Per esempio, capita a Viareggio in occasione del ricordo della strage ferroviaria del 29 giugno 2009. E lì c’è grande carica emotiva».

A Livorno, però, in questo senso, ultimamente c’è più partecipazione.

«Devo dire che con l’amministrazione di Filippo Nogarin c’è più solidarietà. Il sindaco ci è stato sempre vicino. Ma anche il nostro non rassegnarsi e la campagna delle magliette rosse #iosono141 (ndr: significa, senza verità io sono la 141ª vittima) è servita a riunificare».

Torniamo al processo. Torniamo a quello che vorrebbe sentir dire il 24 prossimo dalla relazione della Commissione Parlamentare e che non è emerso in sede processuale vent’anni fa circa.

«Che l’armatore Vincenzo Onorato è responsabile perché il traghetto Moby Prince non era affatto in grado di navigare. Aveva le eliche con un mozzo da sostituire e quello nuovo era a bordo; aveva la radio con cali di potenza tant’è che l’sos si sente male e il sistema antincendio era disattivato e l’unico che sapeva azionarlo, il nostromo, quel giorno non era sulla nave. E si sa che gli sprinkler, le doccette d’acqua, non entrarono in funzione. Inoltre sulla Moby di tre radar ne funzionava solo uno. Può bastare?».

Altri responsabili?

«Il comandante dell’Agip Abruzzo, Renato Superina, che asserì di essere stato investito da una bettolina nascondendo che si trattava del traghetto Moby Prince per attirare sulla sua nave, come è in effetti accaduto, tutte le operazioni di soccorso. E l’ammiraglio Sergio Albanese, comandante della Capitaneria di Porto che in pratica ha completamente trascurato i soccorsi alla Moby».

Albanese si è sempre fatto scudo di ciò che è emerso dal processo: tutti morti in trenta minuti. Ogni soccorso sarebbe stato vano.

«I periti hanno dimostrato che dopo ore c’erano ancora persone in vita perché è emerso dalle analisi di sangue, dai dati di carbossiemoglobina, cioè dai fumi respirati a lungo. Anche Francesco Esposito trovato in acqua, non è morto per annegamento ma per avvelenamento. Alessio Bertrand si è salvato e appena recuperato si raccomanda di andare sulla Moby perché c’erano ancora tanti superstiti. Poco tempo fa sai cosa ha detto Sergio Albanese in sede di audizione alla Commissione Parlamentare? Che la città dovrebbe essergli grata perché salvò la stagione balneare. Capisci con chi si ha a che fare?».

Il comandante Gregorio De Falco ha sempre puntato l’indice verso Albanese, il quale sosteneva e sostiene che, siccome sulla Moby non c’erano vie di fuga, non esistevano neppure vie per andare a salvarli. Invece De Falco sostiene che a bordo c’erano persone in pantaloncini, magliette e ciabatte mentre i soccorritori avevano tute antincendio, calzature adatte e respiratori.

«Le due audizione del comandante De Falco sono state preziosissime. 91 corpi su 140 sono stati trovati nel salone De Luxe. Un salone strutturato per resistere a lungo alle fiamme. Tant’è che molte vittime sono state rinvenute ancora con indosso i giubbotti salvagente. La verità è che i soccorsi si sono concentrati sull’Agip Abruzzo e che la Moby è stata abbandonata per ore al proprio destino, nessuno l’ha cercata, nessuno l’ha soccorsa».

Ha mai sognato sua sorella Liana?

«No. Mai successo».

L’ultima volta che la vide…

«Il giorno prima della tragedia, in un bar vicino a dove lavoro. Sorridente come sempre. E poi sai dove l’ho rivista? In un filmato realizzato a bordo della Moby da Angelo Canu, guardia carceraria di Pisa, poco prima che la nave lasciasse banchina, ignara del destino che l’attendeva. Si vede Liana e anche la sua amica e collega Cristina Farnesi, 22 anni (ndr, durante l’intervista era presente Enzo Farnesi, 89 anni, padre di Cristina). Canu era insieme alla moglie Alessandra Giglio e alle due bambine Sara, 5 anni, e Ilenia, 1. Portavano la più piccola a far conoscere i

nonni…».

Ma un po’ di serenità la troverete mai?

«Serenità? No. Forse un attimo di pace ci verrà quando sapremo la verità. E il 24, a Roma, con la relazione della Commissione, per tutti noi sarà l’ultima occasione».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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