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Inchiesta sui rifiuti, «Noi tutti sani, nessuno sapeva del giro-bolla»

Livorno, i dipendenti di Lonzi e Rari si dividono sui reati e c’è chi difende gli arrestati: «Una montatura»

LIVORNO. «Tutti abbiamo sentito quelle telefonate. E abbiamo riconosciuto le voci. Ci dissociamo da quello che hanno fatto», afferma Lisa Pampaloni, una delle lavoratrici della Lonzi Metalli, riferendosi alla famosa intercettazione in cui i vertici dell’azienda dicevano «che muoiano i bambini» a proposito di una discarica vicino ad una scuola, oppure parlavano tranquillamente di mercurio scaricato in mezzo ai rifiuti ordinari.

«Ma via, sono state scritte un mare di cose non vere...», ribatte una collega accanto a lei.

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E il famigerato giro-bolla, quei camion che entravano sui piazzali alle 8 e uscivano dopo 2 minuti con un codice-rifiuti diverso?, le chiediamo. «Magari non c’era posto all’interno, sa quante volte è successo... E poi chi lo dice che il codice era stato cambiato? Servono le prove».

Ma ci sono le indagini dei carabinieri e anche telefonate registrate che confermano codici cambiati e modifiche sulle tipologie di rifiuti trattati... «La verità è che per ora nel tritacarne mediatico ci siamo finiti noi lavoratori - continua la donna -. Avete rovinato una giovane collega (si riferisce ad una impiegata, che in una telefonata agli atti degli inquirenti chiede alla Bra Servizi di togliere il codice di pericolo H10 su un carico già arrivato perché Lonzi non può trattarlo, ndr) pubblicando le sue conversazioni. Ha pianto per due giorni...».

Sotto i portici di Palazzo Granducale, sono una trentina i dipendenti di Lonzi e Rari per la prima volta riuniti in una manifestazione dopo il blitz dei carabinieri forestali che il 14 dicembre ha portato all’arresto di Emiliano Lonzi, della moglie e di altri tre dirigenti dell’azienda.

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Chiedono di tornare a lavoro, dopo non aver riscosso lo stipendio di dicembre e la tredicesima (e quelli di Rari anche novembre). «In modo pulito», dice Angela Giusti, «perché salute e lavoro possono coesistere».

«Io sono una persona onesta, ho una morale, una figlia da guardare in faccia e voglio guadagnarmi lo stipendio rispettando la mia etica e la mia dignità», aggiunge Luca Pantani, che due mesi fa ha comprato casa e ora ha paura di non riuscire a pagarla. Lui lavora per Lonzi dal 1999, ma non ha mai avuto sentore di irregolarità: «Sono distaccato sul porto, in azienda vado solo a fare la doccia. Se avessi saputo non l’avrei accettato».

Ma sui reati contestati dalla procura antimafia ai vertici dell’azienda, sulle accuse dei residenti per un’attività dannosa alla salute e all’ambiente, i dipendenti si spaccano, chi si dissocia, come Lisa Pampaloni e Luca Pantani, e chi difende i propri datori di lavoro al grido di «è tutta una montatura, siamo già stati assolti una volta».

E quando attorno alle 10.30 quattro donne, una con una mascherina anti-smog sulla faccia, si presentano davanti al palazzo della Provincia a nome dei residenti di via del Limone e di via dei Fabbri e alzano uno striscione in cui chiedono la chiusura della Lonzi e della Rari «perché prima di tutto viene la salute», qualcuno tra i lavoratori si scalda: «State dicendo bugie, guardateci, noi siamo sani, dove sono le attività dannose? Siamo tutti sani. Tanti colleghi della Lonzi e della Rari sono arrivati alla pensione e ora se la godono. Qui nessuno infrange la legge né inquina. Siamo in regola, leggete le autorizzazioni», gridano.

«Ma come - replicano le residenti – mettete mani e piedi nel cadmio e nella diossina e dite di lavorare in salute? Per anni avete chiesto a Lonzi mascherine adeguate e ruspe con la cabina per non respirare le polveri dentro i capannoni della Rari e non vi ribellate neanche adesso? Dovreste essere dalla nostra parte».

Ma la tensione rimane alta e deve intervenire la polizia per tenere calmo un lavoratore che si avvicina minacciosamente alle quattro signore.

«Anche noi come dipendenti vogliamo garantito il diritto alla salute», sottolineano, poi, in un angolo, Angela Giusti e Claudio Alfaroli. «Ma vedere i residenti venire qui a chiedere la chiusura dell’azienda non è accettabile. Tra dipendenti e indotto ci sono cento famiglie incolpevoli di ciò che è accaduto. Con tutto questo clamore Unicoop Tirreno ha disdetto l’accordo per il ritiro di carta, cartone e imballaggi di plastica, la Cilp l’ha sospeso. Ma la Lonzi non è solo quello che si è letto sui giornali: noi non ci siamo mai accorti dei traffici, siamo tutti in salute e abbiamo sempre lavorato nelle regole».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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