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«Adesso via la Lonzi da qui»

L’ appello dei residenti dopo anni di battaglie: «Non doveva essere autorizzata»

LIVORNO. «Via la Lonzi metalli da qui. Sono anni che lo chiediamo. E ora, dopo l’inchiesta della magistratura, speriamo che accada». È l’appello accorato che unisce gli abitanti della Puzzolente che intorno all’azienda di rifiuti di via del Limone hanno consumato anni e anni di battaglie. Delocalizzazione dell’azienda e bonifica di uno dei borghi più antichi della città, un paradiso nel verde che prende il nome dalla sorgente sulfurea.

«È l’unica vera campagna rimasta in questa città, e un’attività di quel tipo – inchiesta o non inchiesta – non avrebbe mai dovuto essere autorizzata». Lo ripete Franco Sammartino: è uno degli oltre 50 cittadini riuniti alla Cantina Fonte Medicea, in via del Limone 12, che ha ospitato questa tappa speciale del Caffè Tirreno.

È qui, nella palazzina storica che ha le fondamenta sul primo acquedotto della città, che ieri si sono riuniti residenti, imprenditori, appassionati di equitazione e proprietari di piccoli e grandi appezzamenti di terreno della Puzzolente.

Presente anche una rappresentanza del comitato dei quartieri nord, dove ha sede l’altra azienda di trattamento dei rifiuti, Rari.

«CI HANNO IMBROGLIATO». Capotavola, insieme a Primiero Bellucci, c’è Angiolo Volandri, memoria storica del borgo mediceo di via del Limone: «È da tre secoli che siamo qui, il primo Volandri scese dall’Appennino con un pastore che faceva la transumanza». La Lonzi è arrivata negli anni Settanta. «Ho venduto io quei terreni a Niccolai, che poi ha venduto a Lonzi», racconta Volandri, che all’epoca amministrava i beni della famiglia Mimbelli. «Ci vollero due anni di trattative perché non mi fidavo. Li non avrebbero dovuto fare quei lavori, siamo stati imbrogliati. Qui abbiamo fatto tutti il solito mestiere: curare l’ambiente. Noi conosciamo il territorio, perché ci siamo vissuti...».

DA TERRENO AGRICOLO A INDUSTRIALE. Da queste parti tutti si conoscono e si chiamano per nome. Tutti conoscono a memoria esposti e denunce fatte negli anni per gli incendi nel piazzale dei rifiuti o per le acque del Cignolo diventate blu o rosse. Per nessuno il “caso di via del Limone” è una novità.

Dopo l’inchiesta della magistratura che ha appena portato all’arresto di sei persone, compresi i vertici di Lonzi e Rari, si riprendono in mano le carte e si chiamano in causa anche le istituzioni.

Vanio Sighenzi cita sindaci vecchi e nuovi: «Trent’anni fa Lonzi faceva il cenciaio e prendeva il ferro. Le proteste iniziarono quando cominciò a bruciare il rame. Lo dicemmo a Gianfranco Lamberti che eravamo avvelenati notte e giorno, ma dette nuove concessioni. E il terreno passò da agricolo a industriale. Con Alessandro Cosimi la stessa cosa: siamo andati a parlare con tutti e ci hanno sempre preso in giro, mentre dovevamo vivere con le finestre chiuse. Nemmeno la lettera della presidente di circoscrizione Daniela Bartalucci, che si interessò, fu presa in considerazione. Con il nuovo sindaco speravamo di poter fare qualcosa: l’assessore Giovanni Gordiani è stato qui una giornata, ma poi ha lasciato l’incarico, al nuovo assessore abbiamo chiesto di fare analisi sui terreni: niente finché non abbiamo chiesto di farci ricevere da Filippo Nogarin, ci sono voluti otto mesi». Un ringraziamento, chiude, «vogliamo invece farlo a Michela Pedini, della polizia municipale, che ha avuto un grande coraggio e ha portato gli imprenditori in tribunale già una volta, ma l’hanno fatta franca».

«MA QUESTA È UN’AREA DI PREGIO». «Chi ha autorizzato i Lonzi lo ha fatto in mezzo alla campagna, in una zona di pregio naturalistico e archeologico», ripete Sammartino: «Un’industria di questo genere non può stare qui. Possibile, poi, che nessuno si sia mai accorto che qualcosa non andava, con tutti quei camion che venivano da tutta Italia?». «Camion che fanno anche 600 chilometri per venire qui, perché?», ripete Andrea Vierucci.

I BUS NO, GLI AUTOTRENI SÌ. È lui, residente qui dal ’96 «perché volevo venire in campagna e in un secondo arrivavo in città», a far presente che nel borgo non sono mai arrivati gli autobus. «Li abbiamo chiesti per anni – gli fa eco Giuliano Tonelli – e in Provincia ci hanno sempre risposto che le strade non erano adatte, troppo piccole. Allora gli autotreni diretti alla Lonzi...?».

LONZI VIA DA QUI. «Via da qui. Chiediamo da sempre la delocalizzazione di questo impianto, metterlo nel borgo è stato un errore. Ora c’è questa indagine della magistratura: finalmente c’è una procuratore che ha deciso di mettere mano alla situazione», ripete Fabrizio Terreni, uno dei volti storici del comitato di via del Limone. «Voglio ricordare che siamo nel preparco delle colline livornesi». La sua posizione è condivisa. «Questa azienda deve sparire da qui: adesso non ci sono più scuse», rincara Patrizia
Granchi
, residente. Sara Tredici non molla. «Bisogna lottare, mai mollare: adesso bisogna insistere affinché questa azienda che ha rovinato il nostro paradiso sia spostata altrove».

Juna Goti

e Francesca Suggi

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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