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Lonzi, rifiuti pericolosi camuffati da ordinari: stesse accuse 12 anni fa

Livorno, nel 2006 la Procura individuò i reati ipotizzati oggi dall’antimafia ma il tribunale di Livorno assolse tutti i vertici di Lonzi e Rari

LIVORNO. La procura distrettuale antimafia l’ha definito giro-bolla, riferendosi al sistema inventato da Luigi Cardiello, il Re Mida dei rifiuti che una quindicina d’anni fa, in Versilia, si vantava di trasformare la spazzatura in oro e che varie inchieste avevano indicato tra i protagonisti del disastro ambientale della terra dei fuochi, prima che per lui intervenisse la prescrizione: rifiuti speciali entrano tossici in impianti di trasformazione ed escono, senza essere stati toccati, con i documenti in regola per essere smaltiti in discarica, semplicemente cambiandovi il codice identificativo. Questo, secondo il procuratore capo Ettore Squillace Greco, è accaduto quotidianamente, tra il 2015 e il 2016, sui piazzali della Lonzi Metalli in via del Limone.

Traffico di rifiuti speciali, le intercettazioni choc: "Che i bambini muoiano" Nell'inchiesta sul traffico di rifiuti in Toscana che ha portato all'arresto di sei persone, spuntano dalle intercettazioni audiovideo dei carabinieri forestali alcune conversazioni inquietanti fra due degli arrestati. Parlando di una discarica situata nei pressi di una scuola nel Nord Italia (dove conferisce Lonzi Metalli), uno degli arretstati afferma: "Ci mancavano anche i bambini che vano all'ospedale, che muoiano i bambini. Non mi importa dei bambini si sentano male. Io li scaricherei in mezzo alla strada i rifiuti" - L'ARTICOLO E CHI SONO GLI ARRESTATI


Ma lo stesso giochino era già finito nel mirino della Procura della repubblica di Livorno, addirittura nel 2002: protagonisti anche allora i vertici di Lonzi e Rari. In particolare Anna Mancini, moglie di Emiliano Lonzi, e Mauro Palandri, suo socio e braccio destro (oltre ad altri dirigenti dell’azienda), accusati 16 anni fa come oggi di traffico illecito di rifiuti.

Secondo le indagini, allora coordinate dal pubblico ministero Massimo Mannucci, Mancini, Palandri e gli altri “gestivano abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti pericolosi e non, destinati allo smaltimento, declassandoli nella tipologia di “non pericolosi” attraverso una semplice miscelazione attuata previo trattamento di inertizzazione sia a monte che a valle dell’impianto di inertizzazione al solo scopo di diluire il rifiuto modificandone la composizione, anziché al fine di renderne più sicuro il successivo smaltimento con l’abbattimento o stabilizzazione delle sostanze inquinanti, attribuendo al rifiuto un nuovo codice prevalente”.

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Quale codice? Il famigerato 19.12.12, quello dei rifiuti ordinari, per cui si paga tra l’altro l’ecotassa più bassa (oggi 2.07 euro a tonnellata, contro i 15 euro per i codici più pericolosi). È lo stesso codice che oggi, secondo la procura antimafia, Emiliano Lonzi, Mancini, Palandri e gli altri indagati della maxi-inchiesta che ha portato alla chiusura dell’azienda di via del Limone e della Rari, attribuivano ai rifiuti pericolosi non trattati, utilizzando il giro-bolla. E anche allora, secondo la Procura livornese, Anna Mancini contraffaceva e alterava il numero di riferimento relativo ad operazioni di carico di rifiuti nei registri della Lonzi.

Le indagini andarono avanti per quattro anni, fino al 2006, quando il pm Mannucci - proprio come ha fatto ora la Dda fiorentina - chiese il sequestro delle imprese Lonzi, Rari, oltreché della Cliri, azienda che si occupa di recupero inerti. Sequestro che però fu negato dal tribunale. Mancini e Palandri ed altri tre indagati furono però rinviati a giudizio: tra le altre accuse a loro carico c’era anche l’emissione dalla ditta Rari di via dei Fabbri, di gas, vapori, polveri e fumo che causavano molestie alle persone essendo fortemente maleodoranti, e poi lo smaltimento di 260 tonnellate di rifiuti pericolosi e non, emananti odori e polveri moleste, in mancanza della prescritta autorizzazione. Iniziato nel 2006, il processo andò avanti fino al 2009 quando, l’8 ottobre, il giudice Antonio Pirato dopo una camera di consiglio durata un paio d’ore, decise di mandare assolti tutti e cinque gli imputati, difesi dagli avvocati Andrea Ghezzani, Roberto Nuti e Laura Formichini, quest’ultima anche oggi è legale della famiglia Lonzi.


 

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