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Rifiuti pericolosi: chi sono i 5 livornesi arrestati. Interrogati 65 dipendenti delle due aziende sequestrate - Video

Emiliano Lonzi, la moglie e il cognato ai domiciliari. Chiusi tutti i conti correnti. Le contestazioni della Dda sono pesantissime

LIVORNO. Non è ancora l’alba quando i carabinieri forestali bussano alle porte della villa immersa nella campagna di Fauglia, dove tra gli ulivi e l’aria buona il livornese Emiliano Lonzi, 61 anni, vive insieme alla moglie Anna Mancini, 62, e al cognato Stefano Fulceri, 49. I militari consegnano ai tre le ordinanze di arresto domiciliare disposte per loro dal gip del tribunale di Firenze, su richiesta della direzione distrettuale antimafia, dopo un’indagine durata due anni e coordinata dall’ex magistrato Dda, Ettore Squillace Greco, ora procuratore capo di Livorno. I reati contestati a Lonzi e Fulceri sono traffico di rifiuti, associazione a delinquere e truffa aggravata ai danni della Regione Toscana per circa 4 milioni.

L'audio choc: "Che i bambini muoiano"

Traffico di rifiuti speciali, le intercettazioni choc: "Che i bambini muoiano" Nell'inchiesta sul traffico di rifiuti in Toscana che ha portato all'arresto di sei persone, spuntano dalle intercettazioni audiovideo dei carabinieri forestali alcune conversazioni inquietanti fra due degli arrestati. Parlando di una discarica situata nei pressi di una scuola nel Nord Italia (dove conferisce Lonzi Metalli), uno degli arretstati afferma: "Ci mancavano anche i bambini che vano all'ospedale, che muoiano i bambini. Non mi importa dei bambini si sentano male. Io li scaricherei in mezzo alla strada i rifiuti" - L'ARTICOLO E CHI SONO GLI ARRESTATI

CHIUSI TUTTI I CONTI CORRENTE

Poco dopo i carabinieri si presentano al civico 76 di via del Limone, tra Porta a Terra e la Puzzolente, dove ha sede la Lonzi Metalli, e in via dei Fabbri, al Picchianti, dove ha sede l’altra società guidata da Emiliano Lonzi, la Rari. Aspettano che i cancelli vengano aperti, poi che arrivino tutti i dipendenti e li interrogano, uno ad uno, come persone informate dei fatti. Le due aziende vengono sottoposte a sequestro. Gli stabilimenti vengono fermati. Nel pomeriggio i militari, guidati dal capitano Iacopo Mori, comandante dei carabinieri forestali di Livorno, chiudono tutti i conti correnti intestati alle società.

È UN TERREMOTO

Da giovedì i 65 lavoratori di Lonzi e Rari sono a casa. Non è ancora chiaro quando e come ripartirà l’attività. Una cosa è certa: a guidarle non sarà più Emiliano Lonzi né la sua famiglia ma il commercialista fiorentino Riccardo Forgeschi, nominato dal gip custode delle aziende. È un terremoto. Perché Lonzi e Rari sono tra le imprese livornesi più note e più in vista. Perché la lista delle persone finite agli arresti domiciliari comprende altri due nomi di spicco delle due società (oltre al titolare di una ditta di Prato): Mauro Palandri, 55 anni, gestore della Rari e Stefano Lena, 48 anni, responsabile del piazzale Rari. E tra gli oltre 50 indagati ci sono l’amministratore unico di Rari e di Lonzi, Robi Morreale e un altro uomo di fiducia di Emiliano Lonzi, Leno Bonsignori.

CONTESTAZIONI PESANTISSIME

Ma soprattutto perché le contestazioni della Dda sono pesantissime. Per il procuratore capo Squillace Greco il modus operandi dell'organizzazione criminale è paragonabile a quello usato dai Casalesi nella Terra dei Fuochi: «Siamo di fronte a un gruppo che commetteva il maggior numero di reati in questa materia - afferma -. Si tratta di episodi che non hanno nulla a che fare con la camorra, ma un certo modo di gestire e trattare i rifiuti è significativo».

La sede di via del Limone, tante volte finita alle cronache per una serie di inspiegabili incendi divampati sui suoi piazzali, era il quartier generale delle attività malavitose che per la Procura si svolgevano quotidianamente. La quantità stimata di rifiuti smaltiti abusivamente è impressionante: 200mila tonnellate.

Addirittura, si legge nell’ordinanza del gip, la stessa disposizione logistica dell’impianto, sembra essere stata concepita per gestire illecitamente i rifiuti. Lì, in uno stabilimento protetto come un bunker, con muri alti, filo spinato e telecamere, un gruppo di persone fidate, coordinate da Emiliano Lonzi e Mauro Palandri, era quotidianamente dedito al traffico di rifiuti non trattati, anche pericolosi, che venivano miscelati a quelli non pericolosi e poi erano trasportati in discariche autorizzate al solo smaltimento di rifiuti solidi urbani. In particolare, ma non solo, quella della Rea a Scapigliato, dove sono stati indagati il direttore Massimiliano Monti, la dirigente Dunia Del Seppia e l’amministratore Alessandro Giari e quella di Rimateria a Piombino, dove è indagato il presidente Valerio Caramassi.

TELECAMERE NASCOSTE

Le telecamere nascoste che gli investigatori hanno piazzato sui pali dell’Enel esterni alla Lonzi e le intercettazioni telefoniche hanno portato i magistrati ad affermare che i rifiuti venivano inviati in discarica senza essere stati sottoposti ad alcun trattamento. E che tutti i rifiuti in uscita dall’impianto della Lonzi Metalli con destinazione discarica erano irregolari, visto che anche i pochi quantitativi sottoposti realmente a trattamento venivano poi contaminati dai rifiuti pericolosi.

Il business di Lonzi, che la Procura ha stimato in oltre 4 milioni di euro di tasse non pagate (ma sono stati calcolati anche 26 milioni di profitti illeciti), era incentrato sul risparmio dell’ecotassa: la legge infatti prevede per il deposito in discarica dei rifiuti un tributo diversificato, che varia da 2 euro a tonnellata per i rifiuti ordinari fino ai 25 euro per i rifiuti pericolosi. Ebbene, secondo gli investigatori, in via del Limone arrivavano quotidianamente dal centro e dal nord Italia tir carichi di rifiuti pericolosi: toner, oli esausti, vernici, filtri.

Una volta entrati nello stabilimento, a quei materiali venivano modificati i codici e sotto la falsa veste di rifiuti ordinari erano inviati in discarica, talvolta senza neanche essere scaricati dal camion, altre volte dopo essere stati triturati e miscelati ad altri rifiuti.

LE INTERCETTAZIONI CHOC

Davanti alle accuse, per ora preferisce il silenzio, la legale di Lonzi, Laura Formichini. Ma non c’è solo la truffa. C’è invece, in tutta la vicenda, uno sfregio all’ambiente e alla salute pubblica, visto che le discariche in cui venivano conferiti i materiali in uscita da Lonzi non erano abilitate a ricevere rifiuti pericolosi. E poi c’è il senso di impunità, un disprezzo per le regole e per il prossimo, che emerge candidamente in una conversazione tra due degli arrestati livornesi, a proposito di una discarica nel nord Italia vicina ad una scuola: «M’importa una sega dei bambini che si sentan male e vanno all’ospedale. Che muoiano i bambini. Che muoiano. Io li scaricherei in mezzo alla strada i rifiuti». E giù una risata.

 

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