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Riciclo degli scarti, un’idea toscana costretta all’esilio

Riciclo degli scarti, un’idea toscana costretta all’esilio

Per trasformare i brevetti in business è necessario emigrare. Gli industriali dei distretti chiedono «meno burocrazia»

Sono considerati rifiuti. Scarti industriali inutilizzabili per altre produzioni. Almeno in Toscana, dove l’assenza cronica di impianti di smaltimento e infrastrutture in grado di rigenerare e riutilizzare gli scarti come materia prima non permettono di trasformare un problema in una opportunità. Eppure la vicina Emilia Romagna ha un termovalorizzatore in ogni provincia. E all’estero, dall’Olanda passando per Cina e Taiwan fino agli Stati Uniti d’America, arrivano finanziamenti per milioni di euro a progetti “made in Tuscany” per creare delle tazzine da caffè dalla barbabietole da zucchero e poltrone in pelle di mela.

ALLARME DI CONFINDUSTRIA

«Esistono nel territorio iniziative di recupero degli scarti su cui siamo fortemente impegnati anche con le nostre aziende, ma questi progetti non sono sufficienti e esaustivi a risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti speciali provenienti dalle attività produttive - spiega il Presidente di Confindustria Toscana Nord Giulio Grossi -. Vi è attualmente un’esigenza urgente di smaltimento, a fronte, purtroppo, di una oggettiva carenza di infrastrutture a livello regionale: anche il riciclo si ferma senza impianti di smaltimento perché non tutto si può recuperare. E i maggiori costi di smaltimento si ripercuotono inevitabilmente, in modo significativo, sulla competitività del sistema industriale toscano».

Il primo passo da compiere per far funzionare l’economia circolare, argomento di cui tutti ora parlano, sarebbe quindi la realizzazione delle infrastrutture necessarie a smaltire gli scarti. «Il tema è all’attenzione della Regione, alla quale richiediamo da tempo una pianificazione immediata per l’individuazione di impianti e una più a lungo termine per la realizzazione di nuovi, non solo quello di Firenze ma anche altri - conferma Grossi -. Parallelamente è indispensabile anche la sburocratizzazione di quelle procedure che consentono di riutilizzare agevolmente gli scarti sia come rifiuti che come “sottoprodotti” e quindi al di fuori del regime previsto per la gestione dei rifiuti. Confindustria Toscana Nord sta lavorando con la Regione anche su questo piano, col proposito di trovare in prospettiva supporto e collaborazione».

Altro punto sarebbe quello di incentivare in varie forme, come gli sgravi fiscali, l’acquisto di beni provenienti da attività di riciclo e recupero. «In questa direzione va anche il Green Public Procurement, che prevede il rispetto di criteri volti alla riduzione degli impatti ambientali nelle politiche di acquisto di beni e servizi degli enti pubblici - conclude il presidente di Confindustria -. Tale disposizione, ora disattesa, potrebbe rappresentare un primo passo verso la soluzione del problema».

IDEE TOSCANE, MERCATO STRANIERO

Il problema di fondo, dunque, è che in Italia le leggi sono lente e non riescono quasi mai a seguire lo sviluppo tecnologico. Marco Benedetti, imprenditore pratese fondatore di Green Evolution e “inventore” tra i tanti prodotti del pannolino biodegradabile, è riuscito a creare opportunità guardando spesso all’estero.

«In Toscana abbiamo idee straordinarie ma spesso non riusciamo a creare un mercato per i prodotti da materiale di scarto – spiega Benedetti –. Per questo il mio ruolo è quello di far cooperare aziende di diverse parti del mondo. L’idea o un prodotto messo a punto in un posto possono essere perfetti per i bisogni o la domanda latente di un altro posto. L’obiettivo è quello di sviluppare economia sostenibile e un benessere collettivo non di pochi ma in grado di generare beneficio a molti».

Alcuni esempi? La poltrona per la musico terapia.

«Il progetto è di un ingegnere del suono inglese, Adam Williams. E molta della tecnologia di questo prodotto è europea. La produzione è a Taiwan ma la copertura esterna della poltrona è in pelle ricavata dagli scarti della mela inventata a Prato e che in Trentino erano una sorta di problema – racconta Benedetti –. L’associazione Chimica Verde Bionet, con sede ad Arezzo, ha aperto un ramo d’azienda a Taiwan dove è richiesta l’esperienza italiana, ma presto la produzione e commercializzazione di divani e poltrone con scarti di mela arriverà anche in Italia».

La Green Evolution di Prato, invece, sta mettendo insieme una filiera di aziende legate alla produzione e diffusione di un bicchiere in grado di rivoluzionare il modo di consumare un semplice caffè. «A partire dal 2018 in Italia saranno prodotti, seguendo un progetto della società olandese Synbra, bicchieri o tazze al 100% vegetale e totalmente biodegradabile ma anche con capacità di resistere alle temperature di liquidi bollenti senza bruciare le dita».

Solo in Italia si consumano tra i 7 e i 10 miliardi di bicchierini da caffè o tè monouso in plastica o carta. In Cina un’azienda produce 1 milione di vaschette monouso al giorno per gli instant noodle. Grazie alla filiera creata in Toscana, oltre a generare un mercato parallelo (i bicchieri nascono dagli scarti di prodotti agricoli) si può eliminare una delle fonti di rifiuti plastici più elevata al mondo.

«I problemi ancora ci sono – conclude Benedetti –. Ho progettato flaconi al 100% vegetali da utilizzare nella cosmesi, collaborando con la ditta pratese Olive, ma non ho trovato in Italia aziende disposte a sperimentare. In Cina hanno capito che si trattava di una bioplastica unica al mondo e hanno subito finanziato il progetto».

CAPI ALLA MODA DAL LATTE

La possibilità di creare lavoro da prodotti di scarto è infinita. A Pisa, fino a poco tempo fa, c’era la sede della Duedilatte. Impresa in grado di creare capi alla moda, in particolare rivolti a bambini e mamme, dagli scarti del latte.

«Il progetto è nato nel 2013 con un’idea semplice ma che ha chiesto anni di ricerca per creare capi di abbigliamento naturalmente ipoallergenici, antibatterici e idratanti – spiega Antonella Bellina, fondatrice della Duedilatte –. La base è il tessuto fatto partendo dalla caseina, la proteina alimentare contenuta nel latte. La particolarità di questo tessuto è che il nostro prodotto non “sfrutta” nessuna mucca e non toglie il latte di bocca a nessuno. Anzi, utilizziamo il latte di eccedenze o di sprechi alimentari. Viene recuperato, viene estratta la caseina e il siero che ne rimane viene poi chiarificato e rimesso in zootecnica. Quindi non si butta via niente. E il tessuto che ne deriva è 100% naturale, ecologico e morbidissimo».

Il problema è che in Toscana non ci sono aziende in grado di trasformare il latte in fibra, quindi questa parte di produzione è spostata in Lombardia.

«Il resto, però, è sempre in Toscana – precisa Bellina –. Filatura, tessitura e confezionamento avvengono nei distretti manifatturieri di Prato, Pistoia e Firenze. In particolare sul pratese sono fenomenali, perché la filatura, la vera base del tessuto, deve essere fatta a regola d’arte».

Questa non è una tecnologia recente, ma vista e rivisitata per la produzione di capi alla moda può aprire un mercato, anche estero, importante.

«Purtroppo lo sviluppo di questa fibra richiede macchinari che hanno costi molto alti e che richiedono investimenti milionari – conclude Bellina –. Al momento, dunque, l’inizio della produzione e la parte finale, quella della vendita in negozi e showroom, avviene fuori dalla Toscana».


 

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