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Caporalato, il pescatore arrestato: «Buttati in mare o non lavori più»

Livorno, il migrante rischiò la vita per sfuggire ai controlli e una multa di mille euro. Identificati altri sei extracomunitari impiegati senza un regolare contratto

LIVORNO. Lo sapeva. Sapeva che quel ragazzo non era in grado di nuotare, che probabilmente sarebbe andato incontro alla morte. Eppure, per lui, la vita di un giovane migrante sfruttato continuamente, con turni di lavoro massacranti e una decina di euro a fine giornata, valeva meno di una multa. Meno di mille euro. «O ti butti in mare o qui non lavori più», gli disse mentre la guardia costiera – all’altezza di Calambrone, tra Pisa e Livorno – stava facendo alcuni controlli. Aveva paura di essere beccato con uno di quei giovani extracomunitari che, senza un contratto regolare, lavoravano per lui a bordo del suo peschereccio e sulla banchina, al porto di Livorno. Così il migrante, un 23enne senegalese con permesso di soggiorno, fu costretto a tuffarsi e a rischiare la vita. Era l’8 giugno 2016.

Caporalato, il blitz di carabinieri e guardia costiera sul peschereccio Un pescatore livornese di 47 anni è stato arrestato per avere costretto un migrante a gettarsi in mare per sfuggire i controlli della Guardia costiera. Nel video il momento dell'intervento al porto di Livorno - L'ARTICOLO


A salvarlo fu il bagnino di uno stabilimento balneare di Calambrone che, nel tardo pomeriggio, vide «un uomo in mare che stava annaspando ed era in pericolo»: si buttò in acqua senza pensarci due volte e riuscì a recuperarlo, a circa 500 metri dalla costa, prima che affogasse. Il 23enne raccontò al bagnino le violenze e le minacce, scappando via prima dell’arrivo della capitaneria di porto livornese, che iniziò a indagare – insieme ai carabinieri di Livorno – trovando le conferme sia sulla versione del migrante che sullo sfruttamento di almeno 7 extracomunitari. E nei guai è finito il comandante del peschereccio “Gionatan”, Andrea Caroti, livornese di 47 anni con precedenti non legati all’attività lavorativa: è stato arrestato ieri mattina, a distanza di un anno e mezzo dal salvataggio del senegalese, e per lui sono scattati subito i domiciliari.

VIOLENZA E CAPORALATO. Il fascicolo venne aperto per il reato di violenza privata, visto che il migrante fu quasi obbligato da Caroti a tuffarsi per sfuggire a un eventuale controllo. Ma la ricostruzione degli inquirenti, coordinata dalla pm Fiorenza Marrara, ha permesso di aggiungere altre due accuse. Intanto la minaccia per costringere a commettere un reato, quando il comandante del peschereccio – una volta saputo che il senegalese era stato convocato dalla guardia costiera per una testimonianza – urlò al giovane che gli avrebbe tagliato le dita se avesse detto la verità. E poi il caporalato: tutti i migranti erano senza contratto, non avevano alcuna copertura assicurativa e lavoravano più di dieci ore al giorno per 10 euro e qualche pesce.

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«Tutto senza contare le continue offese se non rispettavano gli ordini», aggiungono gli inquirenti. Insomma, una sorta di schiavitù con maltrattamenti, turni di lavoro infiniti e compensi a nero, tanto che l’operazione è stata denominata “Catene”. È la vergogna di chi ha messo in gioco la vita di un ragazzo per non rischiare una multa, è approfittarsi di chi non ha alternative per andare avanti. Perché qui non si tratta di aiutare qualcuno in difficoltà in cambio di un lavoretto, comunque sbagliato in termini retributivi e assicurativi, bensì di uno sfruttamento sistematico.

IRREGOLARITÀ E ARRESTO. Oltre al 23enne salvato a Calambrone, sono stati identificati altri sei extracomunitari, tutti con permesso di soggiorno e di età compresa fra i 22 e i 36 anni, che lavoravano per Caroti: provenienti da Senegal, Nigeria, Gambia e Mali, sono stati inseriti in alcuni centri di accoglienza. In realtà erano più di sette i migranti agli ordini del pescatore livornese, come confermano anche i filmati registrati sulla Darsena Vecchia, dove il peschereccio ormeggiava tra un’uscita e l’altra.

«Erano in tanti a rivolgersi a lui per mancanza di alternative – conferma il tenente colonnello Armando Ago, comandante del reparto operativo dei carabinieri di Livorno – e lui si approfittava di queste persone che, in situazioni economiche disperate, erano disposte a fare qualsiasi lavoro pur di guadagnare qualcosa. È una bruttissima storia di sfruttamento e illegalità, nella quale è stata fondamentale la collaborazione tra due istituzioni». «L’assunzione irregolare – aggiunge Giuseppe Tarzia, comandante della capitaneria di porto di Livorno – crea altre irregolarità, dall’evasione fiscale alla pressione psicologica. Far luce su questa storia, che conferma lo sfruttamento del lavoro anche nelle attività marittime, era fondamentale sotto ogni aspetto». A partire dal contrasto di una forma di schiavitù che riporta i migranti allo sfruttamento, con qualche pesce in cambio di un lavoro massacrante.
 

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