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L'inferno, il coraggio e il livido di fango che non va più via

Livorno un mese dopo il tragico nubifragio: la distruzione e la ripresa, il dolore e le cicatrici

LIVORNO. Siamo caduti e ci siamo rialzati, come ci insegnano fin da piccoli quando lasciamo le mani dei genitori e tentiamo i primi passi. Siamo caduti e ci siamo rialzati, con il coraggio di una città che da spensierata si è scoperta impotente in una sola notte. Siamo caduti e ci siamo rialzati, spalando disperazione e cercando di ritrovare quella normalità che sembrava un miraggio. Il mostro di fango se n’è andato trascinando con sé nove vite, i fiumi impazziti sono tornati fili d’acqua, pale e secchi ora non servono più. Un mese dopo, resta il livido. E quello no, non può sfociare nel mare come i torrenti assassini di quei giorni. Il livido è sulla pelle, ci ricorda il colpo preso sotto la pioggia, fa male ogni volta che cade una goccia d’acqua su questa città.

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Ci sono immagini di devastazione che i nostri occhi, la mattina dopo il disastro, hanno scattato e archiviato in un angolo dell’anima, dove tira sempre il vento e ripescare una fotografia diventa un inferno. Il muro dei Tre Ponti spazzato via dalla furia dell’acqua è il tradimento a una città che respira il salmastro: oggi, a un mese di distanza dal crollo, ci sono blocchi di cemento a coprire le ferite. Ponti distrutti, auto accatastate e case piene di fango ci ricordano invece il sacrificio delle ultime settimane: i “bimbi motosi” sono stati i primi a scendere per strada a spalare , le associazioni non hanno perso un minuto, la voglia di aiutare è entrata in ogni quartiere. E poi quelle montagne di rifiuti davanti al palazzetto che raccontano – anzi, raccontavano – storie di vita e di destini incrociati in mezzo alla distruzione: le hanno chiamate “colline dei ricordi”, tra foto di famiglia e Olivetti che erano nascoste in cantina e sono state risucchiate dalle onde di acqua e fango.

Prima dell’inferno di un mese fa, una sola parola aveva definito la nostra storia e il nostro modo di essere: spensieratezza. Quella scanzonata di chi ride anche in faccia alla morte, quella rassicurante di chi prende la vita con leggerezza, quella familiare di chi può vivere soltanto in queste strade. Ecco, le cicatrici sono anche qui, nell’assordante silenzio del giorno dopo e nel dolore a rivedere le fotografie di quei giorni: i nonni raccontano che sguardi così fissi nel vuoto si erano visti solo nel dopoguerra. Siamo caduti e ci siamo rialzati, è vero, ma qualcosa è cambiato. E il livido non se ne andrà mai.

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