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Inchiesta sull'alluvione a Livorno, la Procura indaga sulla mancata evacuazione

Livorno, investigatori al lavoro per ricostruire tempi e responsabilità nella notte  tra il 9 e il 10 settembre. Prescritti i presunti abusi edilizi nelle zone devastate

LIVORNO. C’è un vuoto nella notte del fango. Un buco silenzioso lungo otto ore – compreso tra le 21,39 quando il centro funzionale di monitoraggio della Regione ha lanciato il primo allarme alla protezione civile livornese e le 5,40 quando è esondato anche il Rio Maggiore – e sul quale si stanno concentrando gli accertamenti degli investigatori che da tre settimane lavorano all’inchiesta aperta dalla Procura all’indomani dell’alluvione che ha messo in ginocchio Livorno causando nove morti.

Una scelta investigativa chiara, analizzare questo aspetto per verificare se esista o meno una responsabilità soggettiva e dunque penalmente rilevante per ciò che è accaduto tra il 9 e il 10 settembre. Meglio, se la negligenza di qualcuno, a cominciare da chi aveva il dovere di vigilare e tutelare sulla sicurezza dei cittadini, abbia innescato un principio di causa-effetto provocando la morte di una o più persone durante il nubifragio.

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Anche perché da una prima verifica degli inquirenti, anche se fossero accertati reati quali abusi edilizi o d’ufficio nella costruzione degli edifici travolti dal fango, risulterebbero già prescritti. Dunque nonostante una eventuale responsabilità morale, queste ipotesi di reato sarebbero penalmente insostenibile. Ecco perché il pool coordinato dai pubblici ministeri Giuseppe Rizzo e Antonella Tenerani (i reati ipotizzati sono omicidio colposo e disastro colposo) sta verificando il perché, nonostante una situazione che di ora in ora si faceva sempre più drammatica, non sia stato deciso di avvisare dell’imminente pericolo (con l’allerta telefonica o con il megafono) e successivamente evacuare i residenti in abitazioni a rischio. Tanto che di queste 2.235 persone che vivono in case “alluvionabili”, in passato era stato fatto anche un censimento messo a disposizione delle autorità. Chi doveva farlo? E perché queste precauzioni non sono state messe in atto?

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Per verificare eventuali responsabilità, sono state acquisite sia le comunicazioni di quella notte tra il centro funzionale di monitoraggio della Regione e la protezione civile livornese, alcuni tabulati telefonici, il piano di protezione civile. E due sentenze che hanno fatto giurisprudenza riguardo a disastri ambientali: quella della Cassazione sull’alluvione di Sarno del 1998 e quella del nubifragio di Genova del 2011. «Nel sistema delineato dal servizio di protezione civile – si legge in uno dei passaggi chiave del primo documento – al sindaco, quale autorità locale di protezione civile e nell’ambito del territorio comunale, compete la gestione dell’emergenza provocata da eventi naturali o connessi con l’attività dell’uomo, di calamità naturali o catastrofi; se questi eventi non possono essere fronteggiati con i mezzi a disposizione del Comune il sindaco chiede l’intervento di altri mezzi e strutture al prefetto che adotta i provvedimenti di competenza coordinandoli con quelli del sindaco le cui attribuzioni hanno natura concorrente (e non residuale) con quelle del prefetto che ne ha la direzione». Ma quella notte qualcuno ha cercato di avvisare il sindaco Filippo Nogarin su ciò che stava accadendo?

Certo, se il primo cittadino avesse installato la app della protezione civile di cui aveva ricevuto le credenziali avrebbe avuto uno strumento in più per rendersi conto di quello che stava accadendo. Ma come ha spiegato al Tirreno lo stesso Nogarin: «Io sono stato avvertito del disastro per la prima volta dal mio capo di gabinetto, Massimiliano Lami alle 6,46». È anche su questo che nei giorni scorsi sono stati ascoltati dai magistrati funzionari e dirigenti del Comune. A cominciare da Luca Soriani e Riccardo Pucciarelli, il primo referente dell’emergenza in quella notte maledetta, il secondo capo della polizia municipale e neo responsabile della protezione civile. Entrambi sono stati sentiti come persone informate sui fatti e al momento non risultano indagati.

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