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Alluvione a Livorno: nella collina dei ricordi c’è la vita che fu

Dalla barca alle palline dell’albero di Natale: a un passo dal PalaMacchia (e dal mercatino del venerdì) la montagna dei “rifiuti” dell’alluvione racconta mille storie

LIVORNO. La vecchia edizione di “Piccole Donne” conservata con amore, di mamma in mamma, non avrebbe mai incontrato nella sua forse ancora lunga esistenza quella barca mezza sfondata che troneggia sulla collina dei ricordi sfiorando con la chiglia la copertina del volume retrò. Le palline colorate dell’albero di Natale non sarebbero mai salite a bordo dell’automobilina giocattolo rosa chicco e neppure sarebbero rotolate tra quel che resta della collezione di libri d’arte di un pittore tra i quali affonda anche un quadro con dedica.

Ma il fato ha scompigliato i destini di tutti e di tutto. E li ha fatti incrociare questi oggetti, cucendo la storia delle storia, la storia raccontata dagli oggetti fangosi e malmessi. Una montagna di cose aggrovigliate tra loro finite fin dalle prime ore dopo l’alluvione in questa fossa comune, che sta sopra la terra e non sotto, come dovesse ancora respirare.

LA VITA FATTA A PEZZI. Quel piazzale a due passi dallo stadio, dove giorno dopo giorno dalla notte nera si è rovesciato un mondo fatto a pezzetti di vita, è subito diventato uno strano tempio: venerato da chi andava in cerca di memorie perdute con le lacrime agli occhi e profanato da chi cercava di farci due soldi con quelle memorie, il rame, il comò ancora recuperabile. Poi tutto è stato recintato e sorvegliato, ma chi passa lì davanti per la prima volta non può fare a meno di guardare e sempre si commuove.

Questione di pochi giorni e la collina sparirà come è giusto e inevitabile che sia ma quei rifiuti da smaltire, sempre più malsani, sempre più deteriorati, la loro storia continueranno a raccontarla per sempre. Anche se non possono parlare. Anche se presto andranno in fumo fondendosi in un’unica creatura.

Da dove viene, chi la calzava, quella simil-converse con le borchie tutte motose tanto uguali a quella nuova di zecca che a cento metri si vende su un banco del mercatino del venerdì? Il nuovo paio senza passato contro la vecchia scarpa solitaria che avrà visto l’apocalisse, magari trascinata via dalla scarpiera del garage, quella dove si mettono le scarpe quando si fa il cambio di stagione... E chissà dalla cantina (o salotto?) di quale amante del fine houmour inglese arriva la racolta di libri di Wodehouse... Ironia della sorte le lievi pagine di “Jeeves non si smentisce!” sventolano a pochi centimetri un altro scatolone dove giace “Insciallah” di Oriana Fallaci, con le sue inquietanti teorie.

QUANTI OGGETTI, QUANTE STORIE. Letture diverse, hobby diversi (una racchetta da tennis e una sacca da golf vuota e ormai marcia), gusti diversi (il pensile di una cucina stile “arte povera” e una sedia di design anni 70). E per ogni oggetto che metti a fuoco appare sfuocata una storia, storia di famiglia, di single, di anziani, ragazzi e bambini. Che hanno perso tanto o poco, forse tutto o forse quasi niente ma comunque hanno perso qualcosa, questi oggetti che ora sono qui e tre settimane fa erano altrove.

E non importa se molti degli oggetti perduti e mai più ritrovati o forse mai più rivoluti viene da garage e cantine. Luoghi non luoghi, dove si parcheggia quello che non serve ma servirà oppure quello che non serve ma non si ha la forza di buttare.

Cose comunque preziose, che è importante sapere di avere. Come il proiettore di ghisa per filmini super8, la macchina da scrivere Olivetti, un catalogo d’arte Bolaffi. Saranno stati riposti sull’ultimo ripiano della scaffalatura della cantina, erano del nonno, del babbo, piccole schegge di continuità, l’amore per la memoria. Ora sono lì nel mucchio a due passi dalla cyclette che sarà stata usata un paio di volte e poi esiliata in garage, in attesa di un ritorno di buone intenzioni che non sono mai tornate.

Nubifragio Livorno, la città si sveglia con le pale in mano "Sono molti i volontari che si sono recati nelle zone più critiche per dare una mano - racconta l'inviato di Repubblica Michele Bocci - Intanto la Procura ha messo i sigilli alla villetta dove sono morte quattro persone appartenenti a una famiglia. L'unica sopravvissuta, una bimba piccola, si trova al sicuro con la nonna materna". Sul fronte politico, procede invece lo scontro sul livello di allerta diramato per domenica: il sindaco Filippo Nogarin, da un lato, sostiene che per prendere certe precauzione avrebbe dovuto essere "rosso", mentre la regione difende, con il governatore Enrico Rossi, la scelta di aver comunicato l'arancioneVideo di Andrea Lattanzi

IL MISTERO DEL BAULE. Raccontano invece di figli appena cresciuti il girello non modernissimo e mezzo sfasciato, il seggiolino per l’auto, il passeggino, il librino degli Aristogatti. Il baule verde è un mistero. Chissà in quanti lo avranno aperto prima che la collina dei ricordi fosse recintata, nei momenti del terrore e della confusione. Ora è vuoto, la sua storia non c’è più o forse non c’è mai stata.

Invece l’orologio, il grande orologio con tanto di termometro e barometro, lì accanto è in frantumi eppure parla per tutti e narra solenne la storia di tutti: segna le 5 e mezzo, così all’alba lo ha inchiodato l’acqua dopo averlo o portato via dalla parete e averlo sbatacchiato chissà dove prima di paralizzarlo del tutto. Ora è nella collina dove con lui si è spento il tempo.

Ma i ricordi, quelli no, non li spegne neppure l’acqua più cattiva e ingorda che ci sia. Navigano sulla barchetta mutilata, corrono con la scarpa borchiata e solitaria, girano su quel proiettore e battono sui tasti della Olivetti.
Perché quelli della collina dei ricordi non sono oggetti qualsiasi, sono oggetti con l’anima.

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