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Il sogno del Grattacielo, una “montagna” abitata nel cuore della città - Le foto

Con i suoi 26 piani distribuiti su 96 metri è il palazzo pù alto di Livorno. Ma è soprattutto la prova in calcestruzzo armato di come guardavamo con fiducia al futuro. Opera dell'architetto Giovanni Michelucci, progettato nel Dopoguerra con l’idea di realizzare un villaggio dentro a una struttura avveniristica come poche in Italia

LIVORNO. È la nostra montagna abitata nel cuore della città, prova in calcestruzzo armato di come guardavamo con fiducia al futuro. È vetta affascinante e maledetta, da conquistare, profanare, persino sacrificare. O più semplicemente da incrociare appena si alza lo sguardo ovunque ci si trovi: da Antignano fino in Corea è impossibile non accorgersi che esiste. Ma è soprattutto il palazzo, a Livorno, con il maggior numero di appartamenti, circa 120, concentrati in un unico edificio e disposti lungo 96 metri di mattoni e vetrate costruiti in verticale su 26 piani. Non è solo per questo che il grattacielo di piazza Matteotti (piazza Roma per i nostalgici della toponomastica) ha molte facce e ne mostra sempre una diversa a seconda del punto di osservazione: tozzo se lo guardi in faccia dal basso, oscuro se ne incroci il profilo da una strada laterale e sempre più slanciato se ti allontani.

È la sua storia a raccontare di una costruzione che non può essere ridotta a sola opera architettonica. Perché dietro alla sua pianificazione – il progetto firmato dall’architetto pistoiese Giovanni Michelucci è della metà degli anni Cinquanta – ci sono idee e visioni di un mondo (forse) perduto che si rialzava dopo i bombardamenti: l’abbattimento delle barriere sociali, la condivisione degli spazi e l’idea di un villaggio dentro a una struttura avveniristica come poche in Italia.

Racconta Francesca Luseroni, autrice del libro “Giovanni Michelucci e la città verticale”, uscito nel 2010. «Il progetto era quello di un edificio che doveva trasformarsi in un centro di quartiere, un’area di incontro. Il basamento, ad esempio, era stato pensato per ospitare uffici, negozi e garage, mentre solo le torri dovevano essere riservate agli appartamenti». Ogni costruzione dell’architetto doveva essere un luogo di aggregazione, per questo il grattacielo è dotato di un passaggio che collega piazza Matteotti a via Montebello. Non solo, l’edificio venne frazionato per dare una possibilità a persone di estrazioni sociali diverse: «Esistono molte tipologie di appartamenti, dai cinque vani ai monolocali, perché tutti potessero abitarci senza distinzione di ceto», prosegue Luseroni.



All’interno, pavimenti in mattonelle nere e decorazioni in legno ne evidenziano l’eleganza ma non solo, forte è la sensazione di trovarsi in un labirinto con corridoi che si intrecciano attorno ai sette ascensori che dal piano terra portano alle torri: «Anche questa era una caratteristica delle costruzioni di Michelucci, alla base c’era l’idea di muoversi, di non restare mai fermi».

Ma per raccontare di come e dove sia nata l’idea di un grattacielo a Livorno, è necessario tornare ai primi del Novecento, a Firenze, dove Michelucci, allora brillante studente conosce Giovanni Fattori, per decenni docente all’Accademia. Mezzo secolo dopo l’eco di Livorno è rimasto nei pensieri dell’architetto, ormai tra i più affermati in Italia. E quando si fa strada la possibilità di costruire un edificio di quell’impatto, accetta. Il consiglio comunale approva il progetto il 13 febbraio 1956, il Ministero dei Lavori Pubblici il 5 dicembre dell’anno successivo finanzia parte della spesa attingendo dai fondi per la ricostruzione del Dopoguerra. Michelucci – spiegano gli esperti – ha il merito di aver introdotto a Livorno alcuni recenti motivi lessicali dell’architettura moderna: la libertà quasi informale delle facciate, la definitiva rottura dell’equilibrio legato sia pure indirettamente alla simmetria.

Eppure per concludere l’opera servirono dieci lunghissimi anni e il progetto durante i lavori venne cambiato più volte. «Mancavano soldi – conferma Luseroni – e diverse ditte mollarono in corsa, anche perché lavorare a quelle altezze con vento e pioggia fu un’impresa». Oggi all’ingresso del grattacielo c’è Vincenzo Sapio, dal 2013 portiere tuttofare dei circa 450 residenti e responsabile della sicurezza. «In quattro anni – racconta – ne ho viste di tutte: due volte sono saliti di notte per lanciarsi col paracadute, una volta abbiamo beccato anche un ladro». Purtroppo la montagna abitata si è presa anche diverse vite, vittime della città che non guarda più in alto. (9 – continua)

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