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I "bimbi motosi", la generazione dei ventenni che ha vinto. Finalmente

Livorno, centinaia di ragazzi hanno sfidato fango e dolore dopo l'alluvione: la loro voglia di aiutare è il primo risveglio della vita oltre il muro della devastazione

LIVORNO. Possiamo raccontarlo ai figli senza alcun rimorso, ma la mia generazione ha perso. La nostra, infinito signor G, perde ogni giorno. Perde quando è intollerante, omofoba, presuntuosa. Perde quando non si stacca mai da computer, selfie e social, come se dimenticasse il vero incanto della vita. Perde quando non ha obiettivi, sogni, speranze. Perde quando è piatta, quando si sente inutile, quando non ha ambizioni. Ma stavolta - infinito signor G, Gaber per i più distratti - la nostra generazione ha vinto. Per una volta. Finalmente.



È la generazione dei ventenni che in questi giorni si sono presi per mano, senza bisogno che nessuno lo chiedesse, e hanno sfidato fango e disperazione. Pale per portare via la melma e liberare taverne che erano diventate prigioni, secchi per svuotare case davanti ad anime già svuotate, stivali di gomma per resistere tra sabbie mobili e torrenti impazziti. E cuori stritolati per quella famiglia distrutta e la piccola Camilla rimasta sola, per Martina, per Raimondo, Roberto e Gianfranco. E per Matteo, che sarebbe stato sicuramente con loro.

Li chiamano “bimbi motosi”, d’altronde le etichette ce le mettiamo da soli e “angeli del fango” non rendeva più di tanto l’idea. Faranno un calendario con le loro facce, potere dei social network che spesso distraggono ma qualche volta aiutano. Sono facce rigate dal fango e dalla fatica, eppure così belle che ti viene la voglia di uscire e cercarle per strada, dentro quartieri che non torneranno mai più come prima. Sono facce rigate dalle lacrime e dalla disperazione, perché in fondo tutti hanno perso qualcosa nella notte più bastarda che Livorno ricordi dal disastro del Moby Prince, quando ancora i “bimbi motosi” erano solo sogni di genitori appena sposati. La loro voglia di aiutare è il primo risveglio della vita oltre il muro della devastazione, il primo raggio di sole dietro quelle colline che nessuno vuole più guardare.

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La nostra generazione ha vinto, infinito signor G, e magari lo insegneremo ai nostri bambini. L’ultimo Gaber cantava il contrario e aveva tanta ragione quanta poesia nelle vene, ma stavolta i nuovi ventenni non sono rimasti a guardare. Si sono ritrovati insieme con le mani nel fango, a liberare una città risucchiata da fiumi di cemento. Hanno spalato, pulito, liberato cantine, raccolto detriti e rifiuti. Non si sono mai fermati: volevano e vogliono ridare un briciolo di normalità a una città ferita, la loro città, mai così depressa e così silenziosa. E cosa importa se per tanti erano gli ultimi giorni di vacanza prima del rientro in classe, qui ci sono strade e vite da ricostruire. Ecco perché possiamo raccontarlo ai figli senza alcun rimorso, ma con l’orgoglio di chi non si è arreso. E mai si arrenderà.

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