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«La colpa non è dell’acqua, è di qualcuno»

Il vescovo torna alla carica: non deve accadere mai più. «La casa che Gianfranco amava è diventata una trappola»

LIVORNO. Lo aveva promesso, il vescovo Simone Giusti, ed è stato lui a celebrare la messa per l’estremo saluto ieri pomeriggio, nella chiesetta di San Tobia al cimitero dei Lupi all’ultima vittima dell’ondata di piena che ha travolto i quartieri sud della città. Nella piccola chiesa adiacente al cimitero affollata di parenti e amici si sono svolti i funerali di Gianfranco Tampucci, il sessantasettenne morto nel tentativo di salvare la sua cagnolina Lucy, che era nel giardino della villa di famiglia, in via di Sant’Alò al momento del nubifragio.

Di quella casetta che era un po’ il rifugio di Gianfranco, non è rimasto niente: entrambi portati via da quell’ondata di fango e detriti che ha distrutto Collinaia. ll suo corpo, dopo due giorni di ricerche, è stato ritrovato in un cortile di via Garzelli. «La casa che Gianfranco amava è diventata una trappola» , ha cominciato Giusti durante l’omelia: «Ma non è colpa dell’acqua, è colpa di qualcuno. La colpa morì fanciulla. L’importante è che sia fatta verità e giustizia. Per fortuna c’è il Signore che ci salva, e che ci libera dalla schiavitù della morte per sempre».

«Mai più – ha ripetuto Giusti – deve accadere qualcosa del genere. Ognuno di noi ha diritto a vivere tranquillo e non nel terrore se inizia a piovere».

Da una parte poco prima che inizi la funzione c’è Massimo, il nipote ventottenne di Gianfranco. È stato l’ultimo che ha visto lo zio in vita. Si era svegliato per il guaire dei due cani, che dal giardino probabilmente si lamentavano perché avevano intuito il pericolo. Così insieme a Gianfranco, che dormiva nella sua camera al piano di sopra, sono usciti sotto la pioggia battente per mettere in salvo gli animali.

«Il mio cane era nel primo giardino – racconta con gli occhi lucidi Massimo – mentre quello di mio zio era nel prefabbricato più lontano. Io a quel punto mi sono fermato e sono rientrato, lui ha proseguito. È stata l’ultima volta che l’ho visto».

Hanno partecipato alla cerimonia, in modo discreto, in piedi in fondo alla chiesa, anche la prefetta Anna Maria Manzone accanto al questore Orazio D’Anna, poi il comandante dei carabinieri Alessandro Magro, e quello della Guardia di finanza Paolo Borrelli. Gianfranco era una persona eccezionale, schivo, ma genuino e generoso. Non si era sposato, e per questo, raccontano i nipoti, la sua famiglia erano le sue sorelle e i loro figli, ai quali aveva dedicato tutto.

«Una famiglia semplice e perbene», dice Franco, un amico, che con sua moglie non è voluto mancare all’ultimo addio a Gianfranco. Costruttore edile, aveva lavorato con la ditta del padre. Una ditta rinomata: avevano costruito i Rex ed è stato proprio Gianfranco a ristrutturare quella bella fattoria a Collinaia trasformandola in una bella villa quadrifamiliare divisa in tre appartamenti dove viveva con le sue sorelle Mara e Alba, il nipote e un cugino. Appassionato di animali e della campagna, allevava polli, conigli, coltivava l’orto il giardino e la vigna. Era lì dove passava le sue giornate da quando è andato in pensione.

Era volontario da 25 anni di un canile al Corbolone. E quella sua canina che ha tentato generosamente di salvare arrivava proprio da lì. «Ho tanti ricordi bellissimi di mio zio», racconta Marina, sorella di Massimo, anche
lei distrutta per una perdita assurda, inconcepibile: «Era una persona buona, molto riservato, ed era straordinario con i suoi nipoti. Aveva vissuto la sua vita, non si era mai sposato. Noi, i nostri figli, eravamo la sua famiglia», conclude con un sorriso che si trasforma in un pianto.

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