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Martina

Alluvione a Livorno, i funerali delle vittime: la lettera di Martina e le lacrime

In chiesa le parole scritte dalla giovane donna ai genitori prima del viaggio di nozze

LIVORNO. «Caro babbo, cara mamma, quando leggerete questa lettera sarà tutto finito, le luci dei riflettori saranno ormai spente e il giorno più bello della mia vita sarà solo uno stupendo ricordo. Tanta fatica per poche ore di felicità passate in un battito di ciglia». Era in viaggio di nozze Martina. Era in viaggio di nozze in Giappone con il suo Filippo, solo pochi giorni fa, quando ai suoi genitori ha fatto recapitare questa lettera.

Voleva ringraziarli. Salutarli. Dire loro quanto era felice per quel matrimonio celebrato appena due mesi prima, il 15 luglio.

Non avrebbe mai potuto immaginare, Martina, che di quelle sue parole, oggi, babbo e mamma avrebbero avuto bisogno per provare ad andare avanti. Per provare a dirle addio.

Un brivido infinito ha attraversato la chiesetta del cimitero dei Lupi quando ieri pomeriggio la sorella di Martina Bechini – trascinata via dal fango e dall’acqua impazzita, a 34 anni, la maledetta notte tra sabato e domenica scorsa– ha letto questa lettera davanti ad amici e parenti riuniti per darle l’ultimo abbraccio.

Poche parole dolcissime, che rilette all’indomani della tragedia lasciano senza fiato e fanno male come un pugno nello stomaco. «Scrivo – diceva Martina ai genitori – per ringraziarvi dal profondo del cuore per tutto quello che avete fatto per noi. Non solo in questo giorno, ma sempre. Ci siete sempre stati. Per ogni sfogo, ogni lacrima, ogni necessità. E mi avete reso la persona che sono oggi. Sappiate che non do niente per scontato e che il mio più grande desiderio sarà riuscire, anche se solo in piccola parte, a creare una famiglia solida e felice come siete riusciti a fare voi». Una famiglia solida e felice.

«Il nostro legame è indissolubile e forte», si sente ripetere attraverso la voce della sorella: «Babbo e mamma, vi voglio bene di un amore infinito che le parole non riescono ad esprimere e contenere. Genitori migliori la vita non avrebbe potuto regalarmi. Grazie di tutto ancora...». La chiesa crolla in un lungo applauso. Poi torna il composto, rispettoso silenzio.

Davanti al feretro ricoperto di fiori bianchi e rosa e dei messaggi degli amici e dei colleghi, c’è Filippo Meschini. Anche lui la notte del nubifragio è stato trascinato via dalla corrente.

Si trovava con la moglie nella sua casa al piano terra di una palazzina in Collinaia, alle porte della città, una delle zone dove la furia si è abbattuta di più.

Erano insieme. Il rio Ardenza diventato un torrente impazzito li ha sorpresi appena rientrati a casa. Li ha rapiti. Portati via. Lui è stato ritrovato centinaia di metri più giù, vicino ai Tre Ponti, tra le case di Ardenza. Malconcio, in ipotermia. Ma per fortuna ancora vivo. Per ritrovare Martina c’è voluto un giorno in più.

Ieri Filippo è potuto uscire dall’ospedale per stare vicino al suo amore.

Ricurvo sulla sedia davanti al feretro. La testa bassa, gli occhi lucidi. I genitori che gli siedono accanto. Ha le stampelle. Vuole alzarsi in piedi anche lui quando prende la parola il parroco che solo due mesi fa li ha sposati, dopo il corso prematrimoniale. C’è don Italo, c’è don Raffaello Schiavone. Che parlano come padri. E a stento trattengono le lacrime.

Martina ha il vestito da sposa. Ha voluto così la sua famiglia. Ha il vestito più bello, del giorno più felice.

Due mesi fa era in chiesa con Filippo per dire sì davanti a tutti. Oggi sono tutti davanti a lei per accompagnarla. Per dirle che non è sola. Che il buio e il fango di quella notte sono andati via.

Nessuno vorrebbe lasciarla andare.

Perché un temporale e un fiume impazzito, apparso quasi dal nulla, non possono portarti via così. Come ripetono fuori dalla chiesa gli amici e i parenti, che dopo il dolore, chiedono che sia fatta chiarezza.

«Se qualcuno si aspetta delle risposte sul perché – dice don Raffaello nel corso dell’omelia – noi non siamo in grado di darle. Siamo in grado di testimoniare la fede, quella che ci spinge ad essere qui oggi». E ancora: «Siamo in questi giorni sommersi da macerie, fango, desolazione», ma «Gesù che è risorto per noi ci invita ad alzare lo sguardo», a «guardare alle cose di lassù», verso il nuovo cammino di Martina.

A «perseverare nella fede soprattutto quando tutto, umanamente, diventa inaccettabile».

Non potranno vedere un nipotino, dice il parroco rivolgendosi ai genitori
della ragazza, «ma vediamo in questi giorni quanti figli, quanti nipoti si sono messi alla ricerca, vi sono stati e vi staranno accanto». Figli e nipoti di Livorno «che stanno dimostrando che Dio è anche nella vicinanza, nell’amicizia, nella solidarietà».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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