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Il cuore dei volontari fuori da Facebook con le mani nel fango

Livorno si sta rimettendo in piedi perché ha trovato una mano a cui appoggiarsi: militari, forze dell’ordine e tanti volontari

LIVORNO. Per quanto tempo è rimasta in ginocchio Livorno dopo l'alluvione? Un giorno – domenica – e la notte successiva. Lo stretto necessario per rendersi conto di essere stata risucchiata dalla furia dell'acqua in un incubo senza precedenti. Poche ore per mischiare le proprie lacrime con il fango assassino che ha seminato morte e distruzione. Per capire che la natura sa essere cattiva e nemica anche qui.

Sì. Proprio qui dove fino a sabato pensavamo che quella stessa natura, fosse stata solo benevola con Livorno regalandole clima mite per nove mesi l'anno, panorami struggenti e verdi colline dolcemente declinati verso il mare. Una felice, ingenua convinzione che è stata spazzata via insieme a vite umane, case e cose.

Per questo, in poche ore i livornesi si sono scoperti fragili, feriti, e in un certo senso anche traditi. Hanno contato i loro morti, i dispersi. Hanno resistito a testa alta a una domenica di pioggia e dolore.

Lo hanno fatto con una compostezza inusuale per una città abituata a parlare a voce alta, magari mettendo la mano al lato della bocca per amplificare i concetti. Un giorno e la notte successiva la città è rimasta in ginocchio, colpita al cuore, ma viva.

Con il silenzio come unica colonna sonora della tragedia insieme al rumore dei mezzi utilizzati dai soccorritori, attivi in una Livorno finita in una gigantesca moviola.

Perché quando il dolore toglie il respiro i movimenti sono rallentati e per rialzarsi serve un intervento straordinario. Che è arrivato. Nel più difficile dei lunedì della storia della città, quello della presa di coscienza delle dimensioni del dramma, Livorno si è rimessa faticosamente in piedi. È riuscita a farlo perché ha trovato una mano a cui appoggiarsi, su cui far forza per tornare in posizione verticale.

Quella mano l'hanno offerta i tanti volontari e operatori di tutte le associazioni di soccorso e di volontariato della città e di ltre località toscane, di tutte le forze dell’ordine e militari (a cominciare dalla Folgore), coordinate dalla Protezione civile. Sono loro i nostri eroi. Ma anche tanti comuni cittadini e tra loro molti giovani. Anzi. Giovanissimi. E di mano non ne hanno messa una, ma decine, centinaia. Senza parole, senza fare troppo rumore, ma nell'unico modo possibile, il più semplice: con i fatti.

Un mare di giovanissimi. Finalmente protagonisti nel mondo reale sebbene in una dolorosa storia più grande della loro età. Non più comparse della realtà virtuale. Hanno abbandonato i social, i pc, gli smartphone e si sono riversati in strada, nelle zone stravolte dall'alluvione.

Li abbiamo visti, irriconoscibili maschere di fango donare ore del loro tempo e un sorriso di sostegno e speranza ai loro concittadini. A dare l'esempio, a indicare la strada libera da percorrere per ricominciare sono stati loro, i livornesi di oggi e di domani, quelli nati negli anni Novanta e nei primi Duemila, gli stessi a cui un giorno sarà affidato il futuro di questa città unica.

Sono stati questi ragazzi, spesso considerati privi di valori, a spiegarci che anche la loro generazione è permeata di quella livornesità che fu dei loro nonni, dei loro trisavoli latori del senso di solidarietà, di appartenenza ad un'unica comunità senza alcuna distinzione di razza o religione. Proprio come è accaduto ieri con i secchi pieni di fango che passavano dalle mani degli extracomunitari a quelle dei livornesi in un rinnovato patto di fratellanza, come per ricordarci che le Leggi Livornine possono essere ancora attuali a quattro secoli dalla loro emanazione.

Grazie a questi giovani,
proprio nella sua ora più dolorosa, Livorno può sentirsi meno sola, meno esposta perché sa che la sua anima nobile continuerà a camminare su un terreno lastricato di amore per le proprie radici, di solidarietà e di una ancora possibile coesione sociale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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