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Alluvione di Livorno, i funerali delle vittime: abbracci, dolore e una famiglia a pezzi. «Serenità travolta»

L’addio alla Scopaia a Frattali, intrappolato nella sua villetta. Alle esequie la prefetta, il questore, i carabinieri e la Finanza

LIVORNO. «Vorrei ringraziare il Signore per il miracolo che ha permesso di far uscire vivi mamma, Stefano e Francesca da quell’inferno di fango. Ciao babbo». È il figlio Marco, con la voce rotta dalla commozione e gli occhi pieni di lacrime a chiudere così, alla fine della celebrazione funebre, il ricordo di Raimondo Frattali, l’ex bancario di 70 anni scomparso domenica notte nella sua casa di via della Fontanella. La villetta travolta e devastata dall’onda di piena, dove si trovava con la moglie Cristina, la figlia Francesca e il genero che sono riusciti a mettersi in salvo salendo sul tetto dell’abitazione. «Si dice che immaginarsi le catastrofi, aiuti ad affrontarle, ma nessuno era pronto – ha aggiunto Marco – Spero di ricostruire presto un minimo di normalità». Marco è espressione viva di una famiglia normale, come tante, di una normalità colpita da un qualcosa di inimmaginabile, di sconvolgente.

C’era tanta gente ieri mattina nella chiesa di Sant’Annunziata dei Greci di via Olanda, in mezzo al quartiere Scopaia che porta traccia del recente disastro. Tanti gli amici suoi, tra cui molti ex colleghi, tanti gli amici dei figli, che si sono stretti ai familiari per l’ultimo saluto del loro caro. Vicino ai due figli e la moglie, ci sono i tre fratelli di Raimondo: Mario 60 anni, Anna 58 e Giuseppe 56. Raimondo era originario di Camaiore, e a Livorno si era trasferito dopo essersi sposato. Il padre infatti faceva il carabiniere e girava per lavoro l’Italia. «Ci ha fatto anche da padre - ricorda il fratello Mario che abita in provincia di Lucca - perché nostro padre è morto a 45 anni. Ma Raimondo era sempre disponibile con tutti. Mi aveva chiamato il giorno prima per chiedermi se andavamo a fare funghi insieme». Mario ripercorre gli ultimi istanti della tragedia: «Erano in casa lui, la moglie insieme alla figlia e al genero, e in quattro minuti da avere l’acqua alle scarpe per respirare dovevi metterti in piedi sul tavolino. Si sono salvati uscendo da una finestra nella casa ormai completamente allagata e poi salendo sul tetto e addirittura su un tetto vicino, ma Raimondo non ce l’ha fatta. Potevano essere morti tutti e quattro».

Raimondo è stato per diversi anni direttore della filiale della cassa di Risparmi di Firenze quando aveva la sede in via Grande, ricordano alcuni suoi ex colleghi di lavoro, mentre gli ultimi anni prima della pensione li aveva fatti a Viareggio. «Era un grande amico, una persona solare, appassionato di caccia e di viaggi», dice un suo ex collega.

Alla celebrazione, che si è tenuta in forma privata per volontà della famiglia, hanno partecipato come normali cittadini anche la prefetta Anna Maria Manzone, il questore Orazio D’Anna, il comandante dei carabinieri Alessandro Magro e il comandante della guardia di finanza Paolo Borrelli, mentre in rappresentanza del Livorno Calcio c’era l’addetto stampa Paolo Nacarlo. «Non mentitevi gli uni agli altri», ha detto nell’omelia Don Raffaello Schiavone citando San Paolo: «Specie ora nel momento della morte. Se siete venuti qui a cercare una spiegazione non l’abbiamo. La Fede esige di rimanere
attaccati al Signore anche nei momenti in cui nulla è chiaro». Parla di solidarietà, attenzione agli altri, aiutare chi è nel fango, Don Raffaello. Con lui ha concelebrato don Andrea Medori: «Sono venuto a condividere il dolore», ha sussurrato.

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